Gli otto errori dei pro
Errori comuni anche tra i professionisti della finanza
📌 In sintesi
Cosa imparerai:
- Perché una percentuale senza «di che cosa» non dice niente, e quando contano i numeri assoluti
- Come giudicare un rendimento senza farsi ingannare dal periodo e dalla data di partenza
- Cos'è la volatilità e quale conta davvero per chi investe a lungo termine
- Quando un asset decorrelato abbassa il rendimento, e quando alza la volatilità invece di ridurla
- Perché portano fuori strada il «compro basso e vendo alto», la fiducia nelle proprie competenze o negli articoli di giornale e il «perché sì»
Tempo di lettura: ~15 minuti
Questa lezione raccoglie gli errori che si vedono fare spesso agli investitori «pro». Qui pro non vuol dire professionisti: vuol dire avanzati, come chi è arrivato fin qui nel corso. Alcuni di questi errori, però, li fanno anche i professionisti. Paolo Coletti pensa di averli commessi praticamente tutti anche lui. A spingerlo a fare l'elenco è stato l'ultimo, il «è così perché sì», sentito di recente da investitori professionisti su YouTube anche davanti a dimostrazioni del contrario.
Errore 1: la percentuale di percentuale
Gli errori sulle percentuali sono da investitore pro, ma non pro in matematica, e ogni tanto Paolo tende a farli anche lui quando non si mette a fare i conti. Sono di due tipi, e il primo è un classico.
Ogni volta che si nomina una percentuale bisognerebbe dire anche di che cosa. Il 20%, d'accordo, ma il 20% di cosa? Nel mondo degli investimenti, quando si dice che un asset ha fatto il 7%, si sottintende il 7% del suo valore iniziale. Non è una cosa ovvia, e il problema diventa serio quando si parla di percentuale di percentuale.
Un asset l'anno scorso ha fatto il 20% e quest'anno «ha fatto il 5% in più». Detta così, la frase non vuol dire niente, perché ha due significati molto diversi:
- 5% del valore iniziale in più: il rendimento è passato dal 20% al 25%;
- 5% del 20% in più: il rendimento è passato dal 20% al 21%.
Il trucco compare ogni tanto negli articoli di giornale, non si capisce se per dolo o per ignoranza, e serve a far sembrare grandissima una differenza minuscola come quell'1%. Con il 60% al posto del 20%, se l'anno scorso ha fatto il 60% e quest'anno il 10% in più, può essere passato a 70 oppure a 66: un po' di differenza c'è. Girata al contrario va ancora peggio: se l'anno scorso ha fatto il 10% e quest'anno il 60% in più, può essere arrivato a 70 oppure a 16.
Davanti a una percentuale di percentuale bisogna capire di cosa si sta parlando. Se non si capisce, quell'informazione va stracciata, perché non vale niente.
Errore 1 bis: dimenticare i numeri assoluti
Il secondo errore sulle percentuali arriva da un messaggio ricevuto da Paolo. Una persona aveva fatto tutti i suoi calcoli sulle commissioni e ne concludeva di spendere troppo: pagava l'1%. Come percentuale è davvero tanto: Paolo consiglia di stare molto più in basso, intorno al 2 per mille. Ma su quali cifre? Investiva 100 € al mese. L'1% di 100 € è 1 €, e in un anno fanno 12 €.
Saltando una pizza all'anno avrebbe risparmiato di più. Oppure avrebbe potuto usare per lavorare l'ora passata a crucciarsi di quell'1%, e avrebbe guadagnato molto di più. In via del tutto eccezionale gli ha risposto: paga quell'euro e basta. È vero che la commissione si mangia l'1% del capitale investito, ma invece di perderci tempo, e di farne perdere agli altri, forse è meglio recuperare quell'euro in altri modi.
In finanza si ragiona quasi sempre in percentuale perché si dà per scontato un patrimonio indeterminato, o così grande che le spese fisse spariscono. Di solito la finanza è pensata per imprese e intermediari, che muovono capitali enormi e per cui le spese fisse sono irrisorie. Per un piccolo risparmiatore cambia parecchio: spaccare il capello in quattro per una questione da un euro non ha senso. Davanti a una percentuale conviene chiedersi sempre di che numeri stiamo parlando.
Errore 2: guardare solo gli ultimi anni
Il secondo errore è giudicare un investimento solo dall'andamento degli ultimi anni. E per gli investimenti azionari «ultimi anni» arriva fino a 15 anni fa: guardare solo gli ultimi 15 anni di un indice azionario vuol dire, appunto, guardare solo gli ultimi anni.
Nel video, uscito a gennaio 2024, l'esempio è sull'S&P 500 con i grafici di justETF (dal minuto 6:34). A un anno il rendimento è del 20%, e c'è chi ne deduce che l'S&P 500 fa il 20% all'anno. Non è così: ha fatto il 20% nell'ultimo anno. A cinque anni il rendimento complessivo è dell'82%, e per trasformarlo in rendimento annuo si fa il conto visto nel corso base:
cioè il 12,7% all'anno. È sempre tanto, ma è ben diverso dal 20%. E cinque anni sono comunque pochi, bisognerebbe guardare molto più indietro. Sul grafico che parte dal 1984, quarant'anni prima, il rendimento complessivo è del 2.858,66%. Il valore finale è quindi 29,5866 volte quello iniziale, e all'anno fa:
cioè circa l'8,8% all'anno, meno del 12,7% a cinque anni.
Nel video (dal minuto 7:40) questo conto dà un 21,7% annuo, più alto di quello a cinque anni. È un errore di calcolo messo apposta, come avvisa la descrizione del video, per vedere se ce ne accorgiamo.
Poi il Messico, con un ETF iShares sul mercato messicano, così nessuno può dire che si parla male solo degli Stati Uniti. A un anno fa il 15%. A tre anni il 75%, cioè , circa il 20% all'anno: sembrerebbe rendere più degli Stati Uniti. A cinque anni si vede già un calo tristissimo. Allargando al periodo più lungo disponibile, dal 2011 al 2024, 14 anni e mezzo in tutto, il rendimento complessivo è del 94%. Sembra tanto, ma all'anno fa:
cioè il 4,67%. Non proprio misero, ma è andato male.
Quindi l'orizzonte va allargato. Nei commenti si legge spesso che gli Stati Uniti sono andati bene. Sì, ma in che periodo? C'è chi guarda solo l'ultimo anno e chi gli ultimi 15. Andando più indietro sono andati comunque bene, ma sugli ultimi 20 anni non così tanto, perché nel periodo entrano delle crisi.
Errore 3: guardare una sola data di partenza
Questo è più difficile da scovare. Giornali, riviste e siti come justETF o Google mostrano sempre il grafico a partire da un giorno preciso. Sembra incredibile, ma in finanza il giorno di partenza conta quanto il giorno di arrivo, forse anche di più. Partendo da un picco subito prima di una crisi si vedono rendimenti bassi, partendo dal punto più basso della crisi si vedono rendimenti altissimi. Il motivo è quello ripetuto spesso nel corso: la finanza è l'economia divisa per i prezzi, e fra quei prezzi c'è il prezzo di partenza, che pesa tantissimo.
Chi mostra il grafico sceglie da dove farlo partire, quindi può manipolarlo come vuole. Nel video (dal minuto 11:15) si vede bene sul grafico del Messico: partendo dal minimo il rendimento è altissimo, spostando la partenza indietro di appena un mese o due il rendimento cambia moltissimo.
Come fa una persona normale a verificarlo? Nelle sue analisi Paolo considera tutte le partenze possibili: si parte il primo gennaio, poi il 2, poi il 3 e così via, ogni giorno (oppure ogni mese, se i dati sono pochi), tenendo sempre lo stesso periodo di investimento, di solito 10 anni, e tornando indietro di 30 o 40 anni.
Chi non vuole elaborare dati e guarda solo il grafico può farne una versione a mano. Si prende un periodo, per esempio tre anni, e con la matita ci si segna quanto ha fatto. Poi si sposta la partenza di un anno e si ripete, e così via: si ottengono varie partenze e vari arrivi. Sul Messico, in un triennio l'ETF parte da +20% e arriva a +20% senza fare praticamente niente; in un altro parte da +32% e cala a +6%.
Magari c'è anche qualche sito che dà direttamente il rendimento su X anni con partenze diverse. X dovrebbe essere 10, ma se i dati sono pochi va bene anche 3. Quanto alle partenze, l'ideale è almeno una al mese, ma già una all'anno dà buone informazioni.
justETF offre qualcosa di simile, ma secondo Paolo troppo dettagliato: la tabella colorata dei rendimenti mese per mese. Il problema è che ogni casella corrisponde a un investimento durato un mese soltanto, e un mese non basta, anche se un'idea di cosa succede la dà. È più utile la tabella anno per anno, che per l'ETF sul Messico dà +35% nel 2023, +3% nel 2022, +32% nel 2021 e −10% nel 2020. Sono solo quattro dati, ma una distribuzione la danno già: il rendimento oscilla fra −10% e +35%. L'ideale resta un'analisi con un intervallo di tempo che si sposta, oppure cercare chi l'ha già fatta.
Prima di andare avanti: cos'è la volatilità
Sulla volatilità c'è un grosso fraintendimento: Paolo ha l'impressione che ogni tanto se ne parli senza sapere esattamente cos'è. Nemmeno lui lo sapeva, prima di mettersi a insegnare analisi dei dati finanziari.
Quasi sempre la volatilità è la deviazione standard dei rendimenti giornalieri. Giornaliero vuol dire da un giorno di mercato al successivo, quindi anche dal venerdì al lunedì. A chi investe a lungo termine questa volatilità non interessa per niente. Chi ha seguito il corso fin qui non dovrebbe guardare i rendimenti giornalieri, e nemmeno quelli mensili: quelli annuali bastano e avanzano.
Un esempio. Un asset che fa −10%, +12%, −10%, +12% e così via ha una volatilità giornaliera alta. Se però la volatilità si calcola sui rendimenti annuali viene zero, perché anno dopo anno l'asset cresce di poco e in modo molto regolare: che un giorno salga e il giorno dopo scenda cambia poco. La volatilità che interessa a noi è quella dei rendimenti annuali. Paolo spesso la calcola addirittura sui rendimenti decennali, cioè guarda come oscillano i rendimenti a 10 anni spostando la partenza, come nell'errore precedente.
Molti siti riportano la volatilità. justETF, per esempio, indica una «volatilità a 1 anno», e non è chiaro cosa voglia dire. Non può essere la volatilità dei rendimenti annuali: in un anno di rendimento annuale ce n'è uno solo, e una deviazione standard si misura su una distribuzione. Probabilmente è la volatilità dei rendimenti giornalieri dell'ultimo anno. Spesso è anche una buona indicazione della volatilità dei rendimenti annuali o decennali, ma non sempre: ci possono essere asset che oscillano molto di giorno in giorno e che poi, alla fine, vanno abbastanza tranquilli. Le obbligazioni, per esempio.
Errore 4: abbassare la volatilità a costo del rendimento
Tutto il discorso sulla volatilità serviva per arrivare qui. Molti investitori, e in passato anche Paolo, preferiscono ridurre la volatilità piuttosto che aumentare il rendimento. Non c'è niente di male, purché lo si faccia sapendolo.
Aggiungere a un portafoglio un asset decorrelato quasi sempre ne abbassa la volatilità (con l'errore 5 vedremo il caso in cui non succede). Ma se quell'asset ha un rendimento medio nettamente inferiore a quello del portafoglio, abbassa la volatilità e insieme abbassa anche il rendimento.
Il caso tipico è inserire obbligazioni in un portafoglio azionario, un consiglio che si sente spesso. L'effetto è davvero quello di abbassare la volatilità. Di solito si dimostra solo che cala la volatilità giornaliera, che a noi non interessa. Paolo ha dimostrato in un altro video che cala anche quella a 10 anni, l'unica che dovrebbe interessare a chi investe sul lungo periodo. Peccato che calino anche i rendimenti. Sul classico grafico volatilità e rendimento il portafoglio si sposta verso sinistra, perché scende la volatilità, ma anche verso il basso, perché scende il rendimento.
Si può fare, l'importante è esserne consapevoli. La favoletta secondo cui le obbligazioni garantiscono rendimenti maggiori, grazie al fatto magico che salgono quando le azioni scendono (cosa quasi sempre vera, quasi), non regge. In media i rendimenti li abbassano, e su questo non ci piove.
Errore 5: aggiungere un asset decorrelato ma troppo volatile
L'errore 5 è l'opposto. Abbiamo un portafoglio con un certo rendimento medio e una certa volatilità, e vogliamo abbassare la volatilità: inseriamo un asset decorrelato. Non è detto che funzioni. Chi è convinto che qualsiasi asset decorrelato abbassi la volatilità non si è mai messo con carta e penna a scrivere la formula.
Prendiamo il caso più semplice, un portafoglio con due asset. L'asset 1 è quello che abbiamo già, l'asset 2 quello che aggiungiamo, e e sono i loro pesi. La varianza del portafoglio è:
Lavorare con la varianza o con la volatilità è più o meno lo stesso, perché la volatilità, cioè la deviazione standard, è la radice quadrata della varianza. I pesi compaiono al quadrato proprio perché la varianza contiene un quadrato.
Il primo termine è sostanzialmente la varianza che avevamo in partenza. Il terzo, quello con la covarianza, è il famoso termine che abbassa la volatilità: se i due asset sono correlati negativamente, cioè si comportano in modo opposto, è negativa e toglie qualcosa alla varianza del portafoglio. Ottimo. Peccato che ci si dimentichi del secondo termine, la varianza dell'asset aggiunto.
Se l'asset aggiunto ha più o meno la stessa varianza di quello originale, i primi due termini insieme restano più o meno la varianza di partenza. Se invece ha una varianza enorme, la covarianza negativa non basta a compensarla. Un esempio con numeri messi a caso: l'asset 1 è azionario con varianza 10, l'asset 2 è Bitcoin, che fino a qualche anno fa era perfettamente decorrelato dal mercato azionario. La covarianza porta un bel valore negativo, ma la varianza di Bitcoin è 10.000. I pesi sono tutti inferiori a uno e, al quadrato, la riducono un po', però una varianza di 10.000 dentro la formula rende quasi impossibile abbassare quella del portafoglio.
Succede tipicamente con le criptovalute, ma anche con certi mercati. Vogliamo diversificare e mettiamo la Colombia nel portafoglio: la covarianza magari è zero o addirittura negativa, però con lei entra anche la varianza della Colombia, che può essere parecchio più alta di quella che avevamo prima.
La diversificazione, se la si vuole fare bene, si fa con asset che hanno più o meno lo stesso rendimento e una varianza non di molto superiore a quella del resto del portafoglio. Altrimenti si aggiunge soltanto varianza. Non basta metterci dentro qualcosa di decorrelato o correlato negativamente, bisogna controllare che abbia più o meno lo stesso rendimento. Del resto anche il materasso ha correlazione zero con i nostri rendimenti e varianza zero: metterci i soldi abbassa di sicuro la varianza, ma lo scopo non è questo.
Ricapitolando i due errori:
- errore 4: abbassare la volatilità inserendo asset a basso rendimento, che abbassano anche il rendimento. Si può fare, sapendolo;
- errore 5: abbassare la volatilità inserendo asset correlati negativamente ma con una volatilità propria altissima, che alla fine portano un contributo positivo alla volatilità complessiva.
Errore 6: compro basso e vendo alto
Sembra la formula sicura per ottenere risultati. È un errore da investitore alle prime armi, eppure lo fanno anche gli investitori avanzati. Il problema è che non si sa se il prezzo è basso o alto.
Per fare un nuovo massimo, un prezzo deve passare dal massimo precedente. Lo dicono alcuni teoremi che chi ha studiato analisi matematica ha visto: se una funzione è continua, e il prezzo di solito lo è (non sempre), per arrivare a un punto partendo dal basso deve passare per tutti i punti intermedi. Il fatto che oggi si sia sui massimi, quindi, non vuol dire che non si debba entrare.
Tantissime persone dicono: «siamo sui massimi, io non entro». Basta guardare un qualunque grafico del passato per accorgersi che dopo certi massimi sono arrivati massimi enormemente più alti, e magari senza cadute in mezzo. L'idea di aspettare che crolli prima di entrare è completamente sbagliata, perché è un tentativo di prevedere il mercato. A quel punto tanto vale fare trading, con l'analisi tecnica e le righe tirate sui grafici. Prevedere il mercato a naso non funziona, perché quel naso non ce l'abbiamo. Paolo ci ha provato tante volte, e ogni tanto lo fa ancora: «siamo sui massimi», e poi i massimi salgono ancora.
Errore 7: fidarsi delle proprie competenze o degli articoli di giornale
Si compra un asset perché si è esperti del settore. Chi si intende di intelligenza artificiale compra tutte le azioni legate all'intelligenza artificiale. Ma magari l'intelligenza artificiale, che ci ha già messo 50 anni, ce ne mette altri 30 prima di diventare una realtà vera. O magari no.
Ai tempi della bolla di internet Paolo era esperto di internet, nel senso che ne sapeva enormemente più della persona media: ci stava già da 10 anni. Eppure quella fu solo una bolla, e nel breve periodo non ne nacque quasi niente. Internet è esploso davvero verso il 2010, e ancora di più nel 2020, quando, chiusi in casa, ne abbiamo apprezzato gli aspetti positivi. Ci ha messo almeno 10 anni, se non di più, per esplodere come gli esperti, Paolo compreso, si aspettavano che facesse molto prima.
Chi è esperto di biciclette e sa che la marca XY fa le biciclette migliori del mondo, quando XY si quota in borsa non deve comprarla per questo. La finanza è l'economia divisa per i prezzi, e nel caso di un'azienda il valore dipende anche da come è gestita: se la gestione è pessima, l'azienda può fallire anche con un prodotto eccellente. È fallita Parmalat, che faceva un ottimo latte, ed è fallita, o quasi, Cirio. Sapere che un prodotto è fantastico non vuol dire che sia una cosa da comprare, né che quello sia un settore su cui entrare.
Con gli articoli di giornale va anche peggio. Quante volte un articolo ci convince di qualcosa? Anche quando è scritto bene ha due problemi. Il primo è che magari non va abbastanza a fondo. Il secondo è che magari prova a fare previsioni sul futuro che non riescono a fare nemmeno i professoroni di economia, che oltre i cinque anni tirano a indovinare. Hanno dei modelli, ma l'economia non è la fisica. In fisica le previsioni di solito ci azzeccano, e quando non ci azzeccano è una scoperta sensazionale. In economia, oltre i cinque anni, lasciano il tempo che trovano. Figuriamoci quelle di un articolo di giornale.
Che siano di giornale o scientifici, gli articoli vanno letti nel dettaglio. In quelli di giornale bisogna guardare i riferimenti. In quelli scientifici bisogna leggere cosa c'è scritto davvero, perché capita spesso di sentire «c'è un articolo scientifico che dice che è così». Sì, ma l'articolo ha fatto dei test con delle limitazioni, perché non poteva provare tutti i casi possibili. Gli studi sui prezzi delle aziende quotate, per esempio, escludono tipicamente banche, assicurazioni e utilities, e per un buon motivo: banche e assicurazioni si comportano in modo diverso, le utilities sono soggette a regolamentazione. Già questo dice che il risultato vale tranne che per banche, assicurazioni e utilities. Un articolo scientifico è molto più serio di uno di giornale, perché è più approfondito, ma tocca leggerne almeno la metodologia iniziale per vedere cosa esclude, e magari anche il resto per capire nei dettagli fin dove arriva.
Quindi attenzione a quello che si legge, e a ragionamenti come «leggo questo e compro» o «leggo questo e faccio così, perché è la tecnica giusta».
Errore 8: «è così perché sì»
L'ultimo errore si sente in tutti i campi, non solo in finanza. Il portafoglio va fatto con un 20% di obbligazioni. Perché? Perché sì. L'asset allocation va fatta in questo modo. Perché? Perché sì.
Non si può ridimostrare tutto ogni volta. Ma se qualcuno dimostra il contrario di quello che sosteniamo, anche solo con qualche esempio, quindi con una dimostrazione limitata, forse è il caso di rivedere il nostro «perché sì».
Paolo fa mea culpa. Ha sempre detto «fondo pensione no, perché no», e ancora non se n'è aperto uno, anche se gli mancano solo 15 anni alla pensione (i soldi tornerebbero disponibili entro 15 anni) e ha l'aliquota più alta. È esattamente il caso in cui lui stesso consiglia il fondo pensione: per lui la risposta è sì, non no.
Capita anche ai professionisti. Nel 2020 c'era chi consigliava ancora fondi obbligazionari, o addirittura obbligazioni singole, perché si è sempre fatto così. È la mentalità tipica dell'ente pubblico, che ripete quello che si è sempre fatto per non avere responsabilità. I professionisti, invece, lo ripetono perché sono stati educati così.
La cosa giusta è farsi delle domande, soprattutto quando qualcuno mette in dubbio quello che pensiamo. Si fanno due conti, ci si chiede se regge, e poi magari si continua per la propria strada, come fa Paolo con il fondo pensione. Ma le domande bisogna farsele.