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Assicurazioni

Quando servono davvero le assicurazioni e quando evitarle

📌 In sintesi

Cosa imparerai:

  • Cosa sono premio, risarcimento, franchigia e massimale, e perché il risarcimento non può superare il danno
  • Come fa i conti una compagnia assicurativa con il danno atteso, e perché il conto dell'assicurato è diverso
  • La regola per decidere se assicurarsi: conta la perdita massima, non quella attesa
  • Perché le polizze vita a uso investimento, di ramo I e ramo III, non sono vere assicurazioni sulla vita
  • Quando una vera polizza vita serve e quando no

Tempo di lettura: ~14 minuti

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Questa lezione parla di assicurazioni, uno degli argomenti rimasti fuori dal percorso sugli investimenti che però è bene conoscere. L'assicurazione è la classica cosa che chi dovrebbe farla non fa, e che chi la fa potrebbe tranquillamente evitare. O meglio: chi si ritiene troppo povero per pagarsi anche un'assicurazione è proprio la persona che dovrebbe assicurarsi. Ma andiamo con ordine.

Cos'è un'assicurazione: premio e risarcimento

Un'assicurazione è un contratto con una compagnia assicurativa: se si verificano certi eventi, si ricevono dei soldi. In cambio si paga subito la compagnia, e se poi l'evento si verifica si ricevono più soldi di quelli versati.

I soldi che si pagano alla compagnia, di solito ogni anno (ma si può assicurare anche un evento singolo), si chiamano premio. Contrariamente a quello che pensano in molti, il premio non sono i soldi che arrivano a noi. È un premio per la compagnia, mica per noi. Il pagamento del premio attiva il contratto, e di solito basta che la compagnia abbia fatto una proposta e che noi abbiamo pagato, anche senza aver firmato.

Nel contratto sono elencati gli eventi che, come si dice tecnicamente, sono coperti, e il risarcimento che si riceve quando succedono. Un'assicurazione può risarcire al massimo i danni subiti. Non si può fare un contratto che paga un milione di euro se domani piove, a meno che la pioggia non ci abbia fatto un milione di euro di danni. Se il risarcimento può superare il danno non è più un'assicurazione, è un'altra cosa (un future, si potrebbe chiamare). Anche chi ha due assicurazioni per la stessa cosa non può sommare i risarcimenti, e chi pensa di fare il furbo sbaglia. In certi casi, per esempio sugli infortuni o sulla vita, la compagnia fa dichiarare se si hanno altre assicurazioni.

I contratti di assicurazione sono lunghi, di solito 15 o 20 pagine, e devono essere dettagliati per evitare che l'assicurato truffi la compagnia: che si cerchi il danno di proposito, che lo prenda troppo alla leggera, o che abbia danni che la compagnia non aveva previsto. La compagnia vive di matematica. Assicura un milione di persone per lo stesso danno, fa i suoi calcoli e alla fine il risultato le viene positivo, quindi deve stare attenta che le probabilità siano davvero quelle stimate. In un'assicurazione contro le malattie, per esempio, di solito fa dichiarare di non essere già malati, e magari per i primi sei mesi la copertura non vale.

Franchigia e massimale

Una volta assicurati, l'interesse a evitare il danno cala parecchio, a meno di obblighi del contratto. Se vediamo un ladro che ci sta rubando la macchina, a parte il tempo che perderemo dopo, non abbiamo un gran motivo per corrergli dietro, tanto c'è l'assicurazione.

La franchigia è uno degli strumenti con cui le compagnie danno anche all'assicurato un interesse a prevenire il danno, un po' di skin in the game. Quando il danno si verifica, la compagnia non paga i primi soldi, quelli della franchigia, e paga solo il resto. Con una franchigia di 100 € sul furto della bicicletta, se ci rubano una bicicletta da 1.000 € la compagnia ne dà 900. Se ce ne rubano una da 90 €, non dà niente.

Il massimale è il massimo che la compagnia risarcisce, e serve soprattutto a evitare che fallisca. Per gli oggetti normali il problema non si pone. Con un'assicurazione contro il furto dell'auto, alla peggio la compagnia perde il valore dell'auto, che per quella di Paolo Coletti è di circa 15.000 €. Ma i danni che possiamo causare agli altri, per esempio alla guida, sono infiniti. Si possono investire cento persone: bisogna mettercisi d'impegno, ma si può. Per questo spesso le compagnie mettono un massimale.

Spesso è talmente alto da essere irrilevante, come nella classica RC auto, la responsabilità civile auto. Ad agosto 2025, quando è uscito il video, è l'unica assicurazione obbligatoria praticamente per tutti in Italia. E non è un'assicurazione sull'auto, come pensano in molti, ma sui danni che causiamo con l'auto: chi si lamenta perché ha un'auto piccola e paga tanto confonde le due cose. Qui Paolo vede massimali da 5 milioni di euro come minimo, e si arriva tranquillamente a 50 milioni e oltre.

Altrove i massimali sono abbastanza bassi. Per esempio sulla ricerca delle perdite d'acqua in casa, dove trovare un tubo che perde è un disastro perché bisogna sfasciare i muri. Oppure sulle spese legali, spesso abbinate all'RC auto, dove il massimale di solito è di 15.000 €, perché nessuno prenda il principe del foro e arrivi fino in Cassazione. Oltre quella cifra, le spese sono a carico nostro.

Franchigia e massimale sono i due parametri principali di un'assicurazione.

Responsabilità civile e danni subiti

Molti confondono due tipi di assicurazione. Quelle di responsabilità civile coprono i danni che causiamo agli altri: se qualcuno ci chiede i danni, paga la compagnia. Nelle assicurazioni obbligatorie come l'RC auto, anzi, chi vuole fare causa deve farla alla compagnia, non a noi. Tutte le altre coprono i danni che subiamo noi. Dell'RC auto non parleremo più, visto che ce l'hanno tutti. Le altre sono quelle interessanti.

Dal lato della compagnia: il danno atteso

Prima di capire quando serve un'assicurazione bisogna vederne la matematica, cominciando dalla compagnia. La compagnia calcola il suo valore atteso: il premio, che per lei è positivo, meno il possibile indennizzo moltiplicato per la probabilità di doverlo pagare.

valore atteso per la compagnia=premio−indennizzo×probabilitaˋ\text{valore atteso per la compagnia} = \text{premio} - \text{indennizzo} \times \text{probabilità}

Fare conti sulle probabilità è il mestiere principale delle compagnie, che hanno fior di tabelle. Supponiamo che la compagnia abbia calcolato che la probabilità che qualcuno rubi l'auto di Paolo a Trento sia dello 0,2%. Con un'auto da 15.000 €:

15.000×0,002=3015.000 \times 0{,}002 = 30

Il furto dell'auto ha un valore atteso di 30 €, e se la compagnia facesse pagare l'assicurazione esattamente 30 € andrebbe in pari. Ovviamente la fa pagare di più. Se l'assicurazione furto a Trento costa 60 €, la compagnia ci guadagna 30 € in media. In media, perché se l'evento si verifica, cioè se qualcuno ruba davvero l'auto, la compagnia ci perde 14.940 €, i 15.000 € dell'auto meno i 60 € di premio. Se invece non si verifica, ci guadagna 60 €. Pesando i due casi con le loro probabilità, il guadagno atteso è di 30 €.

Le compagnie ragionano in termini di guadagno atteso, e possono farlo perché assicurano tantissime persone: una compagnia che assicura una persona sola non è una compagnia assicurativa. Anzi, sembra incredibile, ma le compagnie si riassicurano a loro volta presso compagnie ancora più grosse, per non rischiare di fallire se arrivano troppe richieste di risarcimento. C'è tutta una catena di assicurazioni, perché è un aspetto importante della vita.

L'assicurazione ha anche un motivo sociale: evita che il più sfortunato del gruppo vada in bancarotta quando gli capita il disastro. Se ci assicuriamo tutti, in pratica lo finanziamo noi, con i premi pagati senza ricevere niente in cambio.

Il danno atteso, quindi, è l'ammontare del danno moltiplicato per la probabilità che succeda. Ovviamente non è un numero solo. Di solito le compagnie considerano una serie di danni, ognuno con la sua probabilità (l'auto rubata, 15.000 € di perdita; rubata e ritrovata danneggiata, 5.000 €; solo scassinata, 200 €), e poi li sommano. Oppure usano direttamente una distribuzione continua.

Dal lato dell'assicurato: l'evento nefasto

La compagnia può fare questo conto perché si basa sui grandi numeri, e può dire che per il furto d'auto deve risarcire in media 30 € a ogni cliente. Il singolo cliente invece non può dire «se non mi assicuro, con il furto dell'auto ci perdo 30 €». Ci perde quasi sempre zero, perché quasi sempre l'auto non gliela rubano, e l'unica volta che gliela rubano ci perde 15.000 €. Vista da questa parte, l'assicurazione funziona in una maniera molto diversa.

Quando serve un'assicurazione

Qui Paolo propone una strategia sul modello dei quattro pilastri, ed è molto semplice. Si guarda la perdita massima ragionevole (che qualcuno usi la nostra auto per fare una bomba termonucleare può anche succedere, ma insomma è improbabile). Se è una perdita sopportabile, non ci si assicura, perché in media ci si perde.

Torniamo all'auto. Con 2 probabilità su 1.000 che venga rubata ogni anno a Trento e un valore di circa 15.000 €, Paolo stima una perdita attesa di 30 €, mentre la sua compagnia per il furto e incendio gli chiede 60 o 80 €. Assicurandosi ci perderebbe in media, e quindi non si assicura. Può permetterselo solo perché perdere 15.000 € non lo manda sul lastrico. Non ne sarebbe per niente contento, però è una perdita perfettamente sopportabile.

Diverso il caso della responsabilità civile della casa. Se da casa nostra cade una finestra e colpisce qualcuno facendogli molto male, quella persona può chiederci, che so, 200.000 € di danni, e 200.000 €, sul patrimonio di Paolo, iniziano a sentirsi. Oppure allaghiamo l'appartamento del vicino di sotto mentre lui è via per qualche giorno, e quando torna sono 40.000 € di danni: non tantissimi, ma si sentono anche quelli. Questa assicurazione Paolo l'ha fatta.

La regola è questa. Non conta la perdita attesa, cioè la perdita moltiplicata per la probabilità, ma la perdita vera e propria che quell'evento può causare. Se mette a rischio il nostro patrimonio, dobbiamo assicurarci. Se è irrilevante, assicurarsi non conviene mai, per un motivo matematico: la compagnia chiede per forza più della perdita attesa, perché i conti li ha fatti ed è il suo lavoro saperli fare.

Un altro esempio. Quando si compra su Amazon capita la domanda «vuoi anche l'estensione della garanzia per altri tre anni?», e anche quella è un'assicurazione a tutti gli effetti. Paolo dice sempre di no, perché chi la offre ha fatto i suoi conti e in valore atteso non conviene. Del resto l'oggetto più caro che ha comprato su Amazon costa 1.000 €, e doverlo ricomprare non sarebbe rilevante per il suo patrimonio.

La responsabilità civile, al contrario, Paolo la fa spesso. E se avesse problemi finanziari più stretti, e dovesse comprarsi una macchina da 15.000 € che, rubata, non potrebbe ricomprare senza mettere in difficoltà il patrimonio, allora sì che farebbe l'assicurazione furto e incendio. E non è una sua regola personale, è la regola razionale.

Altri due casi in cui conviene assicurarsi

L'assicurazione conviene anche in altri due casi. Il primo è quando ci fa stare più tranquilli. C'è gente ansiosa che, anche con 18 appartamenti, va in ansia se le rubano la Panda 4x4 da 3.000 €. E allora la faccia, l'assicurazione.

Il secondo, raro, è quando sul rischio abbiamo più informazioni della compagnia. Paolo racconta il suo caso. Ha un'assicurazione di responsabilità civile sulla barca a vela, che ha un fuoribordo da 4 cavalli, e ad agosto 2025 la pagava 60 € all'anno. È obbligatoria, ma la farebbe comunque, perché secondo lui quella cifra è calcolata sulle barche che vanno in mare, dove una barca a vela, che fra l'altro si usa pochissimo, non incontra nessuno. La sua invece sta nella parte nord del lago di Garda, affollatissima e piena di surfisti che non conoscono le regole di precedenza in navigazione. A ogni entrata e uscita dal porto li deve schivare con gran fatica, e una barca non sterza facilmente, non frena e, se va a vela, non può nemmeno andare dove vuole. Per questo 60 € gli sembrano pesantemente sottostimati rispetto al rischio di prendere di prua un surfista. Probabilmente la compagnia ha fatto la statistica su tutte le barche con un motore da 4 cavalli, cioè un motore irrisorio, da motorino Ciao degli anni Ottanta. E quando Paolo aveva fatto l'assicurazione la prima volta usciva in barca tantissimo, quindi il suo rischio era ancora più alto.

Resta un caso raro, e Paolo stesso dubita di avere davvero più informazioni della compagnia: in più di dieci anni non ha mai fatto un incidente, e secondo lui alla fine aveva ragione lei.

Chi è povero deve assicurarsi

Riassumendo, chi è povero deve assicurarsi, perché ha un patrimonio che un danno può mettere in pericolo. È ingiusto, perché chi è povero deve spendere altri soldi in assicurazioni, mentre chi è ricco può evitarle, se non sono obbligatorie o non gli servono per stare tranquillo. Chi è ricco, di fatto, si autoassicura: il suo patrimonio è così grande da coprire da solo i danni.

Ecco perché, come dicevamo all'inizio, questa lezione non la vorranno leggere proprio le persone a cui serve. Chi è povero e pensa «io non butto via soldi in assicurazioni» è proprio chi dovrebbe assicurarsi. Con qualche eccezione: se l'auto la usiamo solo per diletto e, rubata quella, andremo a piedi, forse assicurarla non conviene. Ma se ci serve, e ricomprarla sarebbe una spesa ingente, l'assicurazione sul furto conviene.

E poi ci sono le responsabilità civili, di solito abbastanza pesanti, perché un danno si può causare anche senza aspettarselo. Basta una tegola. Paolo racconta di quante volte, passeggiando per il centro di Trento, ha visto cadere vasi messi sui davanzali senza nessun fermo. E non è detto che un caso così sia coperto dalla responsabilità civile, perché secondo lui lì c'è come minimo una colpa grave.

Polizze vita a uso investimento: ramo I e ramo III

L'ultima è l'assicurazione sulla vita, e qui serve un capitoletto a parte. Ci sono assicurazioni che, secondo Paolo, si fanno chiamare abusivamente assicurazioni sulla vita: le polizze vita a uso investimento, che prima o poi vengono proposte a tutti.

Con una vera assicurazione sulla vita si paga un premio piccolo, e se moriamo i nostri eredi, o chi abbiamo indicato, ricevono una somma grossa. Le polizze a uso investimento, che vanno di gran moda, sono un'altra cosa. Si versano dei soldi, una tantum oppure ogni anno per 10 o anche 20 anni, e quei soldi di fatto vengono investiti. Paolo ammette che, quando hanno cominciato ad andare di moda e c'era un grosso sconto fiscale, ci si è buttato a pesce anche lui. Ne ha già parlato malissimo in quasi tutte le puntate, ma bisogna insistere. Di solito si chiamano di ramo I, di ramo III o, peggio che peggio, multiramo.

Nelle polizze di ramo I i soldi versati vengono investiti e, se si muore, vengono restituiti. Un affarone: potevamo lasciarli in banca, e i nostri eredi li avrebbero ereditati direttamente. È una finta polizza vita, perché alla morte restituisce più o meno quello che c'era, magari un po' di più ma poco, non certo cento volte tanto. Il danno della morte, che è un danno bello grosso, non lo copre davvero. Di solito queste polizze investono in BTP o strumenti simili, caricano un mucchio di costi e in cambio danno il capitale garantito: se per qualche arcano motivo i BTP crollassero (a memoria di Paolo è successo una volta sola), il capitale resterebbe. Ma si paga un mucchio di soldi per investire, in sostanza, in BTP.

Le polizze di ramo III sono ancora peggio, perché costano ancora di più. Anche queste alla morte restituiscono più o meno il capitale versato, come minimo quello, che non è certo quello che si vorrebbe da una polizza vita. Intanto investono i soldi come una gestione patrimoniale, che si paga. La gestione patrimoniale investe in fondi, che si pagano anche loro. E a volte, speriamo di no, sono fondi di fondi, che si pagano di nuovo, con altre commissioni fra un fondo e l'altro.

Sono strumenti estremamente costosi. In finanza un investimento azionario rende un 7% lordo, mentre gli strumenti in cui investono le polizze di ramo III spesso stanno intorno al 5% lordo. Se la polizza costa il 4%, si mangia l'80% dei rendimenti:

4%5%=80%\frac{4\%}{5\%} = 80\%

È come chiedere 100 € per un lavoro e vedersene dare 20, perché il resto se ne va in commissioni. Queste polizze si fanno chiamare polizze vita perché in teoria coprono anche il caso morte, con una clausola che alla morte restituisce i soldi, e così la polizza vita si è fatta una brutta nomea.

La vera assicurazione sulla vita

La vera polizza vita, invece, va presa seriamente in considerazione, e insieme a lei la polizza long term care. Sono due polizze che assicurano per la vecchiaia o per la morte.

La long term care, detta chiaramente, è la polizza per pagarsi la badante o la casa di riposo. Si pagano premi su premi e, quando non si è più autosufficienti, la polizza copre le spese, da una persona che ci assiste fino alle spese complete della casa di riposo.

Purtroppo è difficile trovarle convenienti. Fatte a 20 anni hanno un premio bassissimo, ma a 70 o a 80 anni il premio è altissimo. È il conto di prima, i soldi che la compagnia deve sborsare moltiplicati per la probabilità che l'evento si verifichi. I soldi sono gli stessi a 20 anni e a 90, ma la probabilità cambia di brutto: secondo Paolo, a 80 anni sarà del 70%, a 20 anni è dello 0,0077%.

La long term care è consigliata a tutti quelli che non hanno un patrimonio sufficiente a coprire un'eventuale lungodegenza, perché 5 o 10 anni di casa di riposo possono costare più della pensione. Il guaio è che andrebbe fatta da vecchi, e da vecchi costa un botto.

Diverso il discorso per le vere polizze vita, in cui si paga un premio e, se moriamo, una certa somma va ai familiari, agli eredi o a persone indicate da noi. Anche qui il premio si calcola come abbiamo visto prima: è il danno atteso più un po' di soldi che la compagnia deve incassare, perché deve pur mangiare anche lei.

Ad agosto 2025, quando è uscito il video, la somma che ricevono i beneficiari non paga nemmeno l'imposta di successione. Non la pagano però nemmeno le polizze vita a uso investimento, ed è spesso questo lo specchietto per le allodole (l'allodola saremmo noi) che il promotore finanziario ci mette davanti: «questa polizza vita è esente da successione». Peccato che siano esenti anche i BTP, quindi tanto vale comprare quelli. E comunque, sempre a quella data, la successione in linea retta, cioè a figli o genitori, è esente fino a un milione di euro. C'è parecchio margine.

Quando serve una vera assicurazione sulla vita

Una polizza sulla vita ha senso tutte le volte in cui la nostra morte metterebbe in grave difficoltà la famiglia, o altre persone che magari non ne fanno parte. Il caso classico è il mutuo. Se siamo tra i principali percettori di reddito, o comunque portiamo metà del reddito che paga il mutuo, e veniamo a mancare, l'altra persona si ritrova il mutuo sulle spalle e comincia a essere in difficoltà. Poi ci sono i casi in cui si guadagna magari tanto e si mantiene una famiglia, o altre persone, ma non si ha un patrimonio. Anche qui la polizza vita conviene, perché la nostra perdita può fare gravi danni ai familiari.

In tutta onestà, però, ci sono casi in cui non conviene. Con un patrimonio ingente, che i familiari erediteranno comunque, non c'è motivo di farla. Salvo due eccezioni: quando vogliamo lasciare dei soldi a una persona fuori dall'asse ereditario, e quando vogliamo lasciarli a qualcuno che ne ha bisogno mentre l'eredità si sblocca, perché un'eredità complessa può richiedere tempo.

In questi casi la polizza vita può servire. Il beneficiario non eredita, viene risarcito per la nostra morte. Possiamo indicare chiunque, non paga imposte e intanto ha dei soldi a disposizione mentre si occupa dell'eredità, oppure, se è fuori dall'asse ereditario, incassa comunque quella somma. In pratica è un regalo post mortem, senza condizioni e senza passare per l'eredità.

Di una compagnia assicurativa, poi, va controllato che sia autorizzata a operare in Italia e che non sia una fuffa, perché in Italia non si può operare come si vuole. Il controllo si fa sul registro dell'IVASS, l'istituto di vigilanza sulle assicurazioni, cercando la compagnia per nome. Se il registro la indica come «impresa che opera in libera prestazione di servizi», vuol dire che è autorizzata a operare in Italia. Il registro va consultato davvero: il sito della compagnia magari ha il link, ma mettere un link sono capaci tutti.

Per tutte le assicurazioni vale la regola di base: chi è povero deve assicurarsi, soprattutto se il danno che può subire supera il suo patrimonio, quello che ha a disposizione. Chi è ricco può tranquillamente non farlo.

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