Minusvalenze
Strategie fiscali avanzate per gestire le minusvalenze
📌 In sintesi
Cosa imparerai:
- Da dove nascono le minusvalenze, come le custodisce lo zainetto fiscale e quando scadono
- Perché valgono solo sulle plusvalenze e non su dividendi, cedole, interessi e guadagni da ETF e fondi
- Come usarle con ETC, certificati maxicedola ed ETN, e che differenza fa un ETC che segue i future invece del prezzo spot
- I limiti di azioni singole, opzioni e obbligazioni, e il caso di Berkshire Hathaway
- Quando si possono usare vendendo oro fisico, e perché con le criptovalute no
Tempo di lettura: ~22 minuti
Le regole fiscali di questa lezione sono quelle in vigore ad agosto 2025, quando è uscito il video.
Questa lezione spiega come «compensare le minusvalenze». Già la frase, detta così, è sbagliata: non si compensano le minusvalenze, si compensano le plusvalenze usando le minusvalenze.
Come funzionano le minusvalenze
Da dove arrivano
Le minusvalenze sono le perdite che nascono vendendo qualcosa in perdita. Viene da chiedersi come sia possibile, visto che nel corso diciamo di comprare solo quello che si può tenere per 10 anni, e a 10 anni il mercato quasi sempre è sopra. Eppure i casi non mancano.
Il più frequente, a giudicare dai messaggi che riceve Paolo, è quello di chi ha cambiato asset allocation dopo il corso base. Ricordiamo che vendere conviene solo quando uno strumento è troppo costoso, per sostituirlo con uno equivalente o per passare a un'asset allocation del tutto diversa, non per cambiare senza motivo. Molti hanno venduto strumenti costosi, inefficienti o non adatti al proprio profilo di rischio, e qualcuno di questi era in perdita.
Poi gli asset finanziari non sono per sempre. Ogni tanto l'emittente decide di liquidare lo strumento, di chiudere baracca e burattini, e chi lo ha in portafoglio se lo ritrova liquidato. Un'azienda può cancellarsi dal listino, e allora la sua azione va venduta di corsa, altrimenti non si riesce più a venderla. Oppure può pagare dividendi enormi, che ne abbassano il prezzo e generano una minusvalenza.
Infine l'obbligazione comprata sopra 100 genera una piccola minusvalenza. Il perché, e perché non conviene mai comprare obbligazioni sopra 100, Paolo lo spiega in un video a parte.
Lo zainetto fiscale
Le minusvalenze si vedono nel cosiddetto zainetto fiscale. Si chiama proprio così: all'Agenzia delle Entrate c'è il cassetto fiscale, in banca lo zainetto. In regime amministrato è la banca a custodirci dentro le nostre minusvalenze. Le banche più evolute lo fanno vedere online, altre mandano un riepilogo ogni anno, ogni sei mesi o ogni tre, altre ancora non dicono niente e bisogna chiedere.
Le minusvalenze danno a noi utenti retail un diritto che sembra incredibile: non pagare le tasse su guadagni futuri. È il diritto che normalmente hanno le aziende, che tolgono i costi dai ricavi e pagano le tasse su quello che resta. Alle persone fisiche senza partita IVA, che non svolgono attività commerciale, è vietato, e i costi per mantenere la famiglia non si possono togliere dal reddito. Qui, in uno dei rarissimi casi, la possibilità la danno anche a noi. Se con una vendita abbiamo perso 1.000 €, sui prossimi 1.000 € di guadagno non paghiamo le tasse.
Peccato che in Italia fare le cose semplici sia sempre difficile. La prima complicazione è che le minusvalenze restano nello zainetto per l'anno in cui sono nate e per i quattro successivi. Una minusvalenza del 2025 resta lì nel 2025, 2026, 2027, 2028 e 2029, e il 31 dicembre 2029 sparisce. Un motivo razionale non c'è. Paolo ritiene che sia un'eredità dell'impianto legislativo di metà anni '80, quando si lavorava con carta, penna e calamaio, tenere i conti costava e dopo qualche anno le cose finivano nel dimenticatoio.
Le minusvalenze vanno viste come un buono del supermercato che scade fra quattro anni e qualcosa, per esempio un buono che ci evita di pagare i prossimi 200 € di IVA. Se non lo usiamo non ci rimettiamo niente, abbiamo solo un mancato risparmio. Lo diciamo perché molti fanno un errore gravissimo: vendono in perdita apposta per avere minusvalenze, convinti di aver avuto un'idea fichissima perché poi non pagheranno le tasse. Le tasse risparmiate però coprono solo una parte, e il resto della perdita se lo sono preso.
Su quali guadagni valgono
Detta così sembra semplicissima: al prossimo guadagno sui nostri strumenti finanziari ci presentiamo con la minusvalenza e la scaliamo, anzi lo fa la banca in automatico. Nelle intenzioni del legislatore originale era così, ma con le leggi stratificate una sopra l'altra non lo è più.
Un breve riassunto della tassazione, spiegata per esteso nella lezione Tassazione degli investimenti. Regole e aliquote sono quelle di agosto 2025, quando è uscito il video. In Italia i guadagni da investimenti hanno due tassazioni, una sui redditi da capitale e una sulle plusvalenze. Dal punto di vista matematico e finanziario fra le due non c'è nessuna differenza, e secondo Paolo nemmeno da quello economico, checché ne dicano certi contabili. Una volta c'era, ma con i nuovi prodotti le cose si sono amalgamate, mentre la legge la distinzione ce l'ha ancora.
La parte antipatica è che sui redditi da capitale le tasse si pagano e basta, mentre le minusvalenze valgono solo sulle plusvalenze. È come il buono del supermercato con scritto «non vale su questo, questo e questo prodotto», odiosissimo. Solo che qui capire su cosa non vale non è banale. Di sicuro le minusvalenze non si possono usare:
- sui dividendi;
- sulle cedole delle obbligazioni (le cedole di altri strumenti sono un'altra storia);
- sugli interessi a qualunque titolo, per esempio quelli del conto corrente.
Su tutto il resto, in teoria, sì. Compro un'azione, la rivendo a un prezzo più alto e uso le minusvalenze. Compro un ETF, lo rivendo a un prezzo più alto e... invece no. A un certo punto il legislatore si è accorto che con gli ETF ad accumulazione, che tengono dentro di sé i dividendi, potevamo fare il giochetto di usare le minusvalenze sui dividendi. Ha fatto allora una legge complicatissima, che Paolo ha subito per un po' impazzendo con i calcoli. Per fortuna è stata cambiata, con una più semplice ma estremamente svantaggiosa per noi: oggi il guadagno sulla vendita di un ETF, o anche di un fondo, è reddito da capitale. È assurdo, perché il fondo contiene azioni: vendendo le azioni si farebbe una plusvalenza, vendendole tutte insieme in blocco si fa reddito da capitale. E spesso le quote dei fondi si chiamano pure azioni. Se invece l'ETF si vende in perdita, quella sì che è una minusvalenza.
Cosa resta che faccia plusvalenza? Le azioni singole, prima di tutto: si compra un'azione, la si rivende a un prezzo più alto, e lì il buono sconto vale. Poi tutti gli strumenti «strambi», che non sono né azioni né obbligazioni, né fondi o ETF, né cedole o dividendi: certificati, opzioni, future, warrant. Curiosamente anche le cedole dei certificati fanno plusvalenza e non reddito da capitale, perché non sono cedole vere. Infine le obbligazioni, la cui cedola è reddito da capitale mentre l'obbligazione in sé no. Non sempre, però, come vedremo.
Chi ha delle minusvalenze ha quindi in mano un buono sconto molto vantaggioso, perché vale il 26%, mica poco. Chi non le ha e spera di averle sappia che vendere in perdita non è una buona mossa.
La nuova legge fiscale
Prima degli strumenti, una novità. Nel 2023 il Parlamento ha approvato la delega al governo per la revisione del sistema tributario, una legge che incarica il governo di rifare questa disciplina. Il testo chiede un'unica categoria di redditi di natura finanziaria, che comprenda quelli che oggi sono redditi di capitale e quelli che sono redditi diversi (in linguaggio tecnico le plusvalenze sono redditi diversi), con norme di chiusura che la rendano onnicomprensiva. Tutta l'erba un fascio, insomma.
Il governo aveva 24 mesi dall'entrata in vigore della legge, il 29 agosto 2023, quindi fino a fine agosto 2025. Quando Paolo registra il video mancano 29 giorni e la nuova legge non c'è. Spera di essere smentito, ma è abbastanza convinto che non si farà mai. Se arrivasse, chiarirebbe tutto questo caos e renderebbe inutile la lezione.
Tutto questo vale anche in regime dichiarativo, dove si pagano le tasse nella dichiarazione dei redditi facendo i calcoli a mano. Anche lì ci sono quattro caselle per le minusvalenze dei quattro anni passati, uno zainetto anche lì. Le differenze sono due. Dall'amministrato si può sempre passare al dichiarativo a fine anno, comunicandolo alla banca, oppure chiudendo il conto, mentre chi è in dichiarativo non può portarsi le minusvalenze in amministrato. L'altra è una particolarità lievissima: in amministrato bisogna prima fare la minusvalenza e poi usarla; in dichiarativo si può anche vendere prima in guadagno e fare la minusvalenza dopo, purché nello stesso anno.
ETC su materie prime e future
Il primo strumento sono gli ETC. Gli ETF no, l'abbiamo appena visto, ma gli ETC sì. La legge inquadra bene solo gli ETF, che chiama organismi di investimento collettivo del risparmio, e non ETC, ETN ed ETP. Tutto quello che non ha la F di fondo è uno strumento diverso, paragonabile a certificati, opzioni, warrant, future e azioni singole, e si può usare. Per noi è un beneficio enorme, e paradossalmente viene da un vuoto legislativo, in un campo dove le leggi sui fondi servono in buona parte anche a tutelarci.
Cosa sono gli ETC
Gli ETC si trovano anche su justETF, nonostante il nome del sito. Ad agosto 2025 il più grande è iShares Physical Gold, un ETC sull'oro. Non bisogna immaginarsi i lingotti nella cassaforte di iShares, che possiede invece obbligazioni di un'azienda, vincolate all'oro che quell'azienda tiene nel suo caveau. È un possesso indiretto e un po' contorto, ma molto garantito, e l'ETC riflette il prezzo dell'oro.
Gli ETC sono quindi come degli ETF, ma con materie prime come sottostante. Nell'elenco di justETF l'oro fa da padrone, e più in basso spuntano anche argento e rame.
Prezzo spot o future
Ci sono due grandi categorie di ETC: quelli che seguono il prezzo spot e quelli che seguono i future. iShares Physical Gold segue il Gold Index, cioè il prezzo spot dell'oro, il suo prezzo istantaneo. Lo stesso vale per l'argento, che l'emittente possiede davvero. Il rame no: l'ETC segue il Bloomberg Copper Index, che traccia il prezzo dei contratti future sul rame. Sembra un dettaglio irrilevante, e non lo è.
L'ETC sul rame non segue il vero prezzo del rame perché dovrebbe avere il rame a garanzia. Per l'oro basta poco spazio. Il rame invece costa così poco che servirebbero magazzini enormi, e tenerne fermo tanto ha poco senso, mentre oro e argento di solito restano fermi comunque. Figuriamoci ETC su grano, riso o caffè, che dopo un po' vanno a male e richiedono pure una derattizzazione costante. Così, a parte i metalli molto preziosi (oro, argento, forse palladio e platino), gli ETC di norma seguono i future.
I future, spiegati in modo molto rozzo, sono contratti in cui non si paga il materiale, o quasi: ci si impegna a comprarlo fra tre mesi a un certo prezzo. Se quel prezzo è uguale a quello di oggi, probabilmente il future costa zero o quasi. Se poi il prezzo scende si perde di brutto, perché bisognerà comprare a quel prezzo lo stesso; se sale si guadagna di brutto, perché all'inizio non si è speso quasi niente. Un future quindi è una cosa molto diversa dal possedere l'oggetto: è un impegno di acquisto. Non incorpora il vero prezzo dell'oggetto ma solo le sue oscillazioni, e cerca di prevedere il mercato molto più di quanto già faccia il prezzo. Se corre voce di una carenza di rame il prezzo del rame sale, ma quello del future schizza. I future sono molto più sensibili alle notizie.
L'esempio del petrolio
Paolo ha fatto una piccola analisi con l'ETC WisdomTree WTI Crude Oil, a replica sintetica, che segue i future sul petrolio grezzo WTI. Ha confrontato il prezzo spot del petrolio con quello dell'ETC quotato a Londra, tutto in dollari, dal 2006, l'anno in cui nasce l'ETC.
Nel primo grafico (dal minuto 24:46) l'ETC è in arancione, con la scala a destra, e il prezzo spot in blu, con la scala a sinistra. Per un po' le due linee vanno appiccicate, poi l'ETC crolla e resta sempre molto sotto. Ma il grafico, e Paolo lo mostra apposta, fa uno degli errori visti nella lezione Gli otto errori dei pro: guarda una sola data di partenza. Partendo per esempio da luglio 2009 le due curve sarebbero molto più vicine, perché si muovono allo stesso modo, con gli stessi cali improvvisi (come quello di dicembre 2014) e le stesse salite. Il problema è un momento preciso, forse maggio 2009, in cui l'ETC ha perso molto mentre il prezzo spot saliva: i future avevano sbagliato di brutto le previsioni, probabilmente si aspettavano un calo molto più forte, o è successo qualcos'altro. Da allora i due grafici sono sfasati. Per chi ha comprato nel 2006 l'ETC è tutta un'altra cosa rispetto al prezzo spot; per chi ha comprato nel 2010, secondo Paolo, i due vanno molto vicini.
Il secondo grafico (dal minuto 27:04) mostra le variazioni a un anno, cioè quanto guadagna chi compra un anno prima e vende in quel momento: il punto del 2023 è il guadagno di chi ha comprato nel 2022 e venduto nel 2023. Qui le linee vanno davvero vicine. Nel punto del grande distacco l'ETC fa tutta la salita in ritardo rispetto al prezzo spot, forse perché i future non capivano perché il petrolio dovesse salire (è un'ipotesi di Paolo). Poi il prezzo si ridimensiona e le linee si riagganciano. La variazione dell'ETC sembra stare spesso un po' sotto quella del prezzo spot. E si vede quanto oscilla il petrolio, che in un anno fa anche +100% oppure −50%. Alla fine un ETC sui future, come variazione, segue abbastanza bene il sottostante. Non con precisione, però: a volte è in ritardo. In un punto del grafico il prezzo spot scende e l'ETC ci mette molto di più a scendere, il che ci va bene, ma non sempre.
C'è poi una curiosità. In due punti la linea blu scende sotto il −100%: come si fa a perdere più di tutto? Succede perché ad aprile 2020 il prezzo del petrolio è andato negativo. Nei dati giornalieri il mercato è tranquillo, intorno ai 49-50 $ al barile, poi da marzo 2020 crolla fino a 16 $, un prezzo mai visto. Si diceva che a 16 non poteva restare e che sarebbe risalito. Chi l'ha comprato vedendolo passare da 50 a 20 in due settimane l'ha visto risalire solo più tardi, perché quando una cosa cala non è detto che risalga. Il 20 aprile 2020 il prezzo arriva a −36: chi vendeva doveva pagare, chi comprava veniva pagato, perché con le prime chiusure per il Covid i magazzini erano pieni e non si sapeva dove metterlo. Il giorno dopo era già a 8, poi è risalito, quando ci si è resi conto che il petrolio serviva. Quel −36 porta la perdita su base annuale al 158%. L'ETC ha retto meglio, perché si basa su un paniere di future che non sono mai andati a zero: ha perso il 74%, anche l'80% rispetto a un anno prima, ma mai più del 100%. L'altro punto sotto il −100%, ad aprile 2021, è un effetto del calcolo: quando si parte da un prezzo negativo, la percentuale di guadagno non ha più senso.
Il prezzo dei future segue quindi il petrolio in modo dignitoso, ma nei periodi turbolenti può restarne ben distaccato. Fra giugno 2019 e giugno 2020, in pieno Covid, il prezzo spot rendeva −20% e l'ETC −50%. Nel terzo grafico (dal minuto 31:59), con i rendimenti a tre anni annualizzati, l'ETC a tratti è in profondo ritardo, e il ritardo gli fa segnare rendimenti molto negativi. Poi si riallinea, torna in negativo, si riallinea di nuovo, e in un tratto dà addirittura rendimenti positivi. Soprattutto quando i rendimenti salgono, a Paolo sembra che l'ETC resti nettamente indietro e dia rendimenti negativi.
Gli ETC vanno bene per usare le minusvalenze: quando li si vende in guadagno, in pratica non si pagano tasse. Oro e argento però seguono il prezzo spot, mentre tutto il resto tende a seguire i future, che si comportano un po' diversamente da come ci si aspetterebbe.
Certificati maxicedola
Il secondo strumento sono i certificati. Un certificato è in sostanza un contratto con un intermediario, e ha regole che Paolo definisce bizzarre (gli amanti dei certificati non gradiscono), perché ognuno ha le sue. Di solito è agganciato a tre azioni o tre indici, a volte a uno solo, e a seconda del loro andamento paga o non paga delle cedole. Anche a fine vita restituisce il capitale oppure no, a seconda di come sono andati i sottostanti. Quando paga una cedola il suo prezzo cala un po', quindi lo si può vedere come una specie di obbligazione con cedole legate a un paniere di azioni. Paolo ne ha analizzato uno di recente in un video a parte, ma non tutti i certificati sono così.
A noi interessa che queste cedole, nonostante il nome, non sono vere cedole. Sarebbero tassate al 26%, e invece ci si può infilare la minusvalenza e non pagare tasse.
Come funziona un maxicedola
Il tipo che fa al caso nostro è il certificato maxicedola, o maxi cash. Lo si compra, e dopo uno o due mesi paga una maxicedola; poi il prezzo crolla, ovviamente. Che senso ha? Serve proprio a usare minusvalenze che stanno per scadere. Non a caso la maxicedola arriva di solito fra ottobre e dicembre, quando le minusvalenze al quarto anno sono in scadenza. È come correre al supermercato il 31 dicembre perché scade il buono sconto. Ed è assurdo: se la legge cambiasse non servirebbero questi arzigogoli, e i certificati li userebbe solo chi li vuole davvero.
Dal minuto 35:32 Paolo mostra un certificato Vontobel emesso da poco, e avverte che non è un consiglio d'acquisto: l'ha scelto apposta con la maxicedola in pagamento di lì a pochissimo, per mostrarla e perché nessuno lo prenda per un suggerimento. I sottostanti sono Alphabet, Apple, Meta e Oracle. La maxicedola del 10% arriva se, alla data di osservazione, tutti e quattro i titoli stanno sopra una soglia bassissima: per non incassarla una delle aziende dovrebbe fallire nel giro di pochi giorni. Poi il prezzo del certificato cala, e si va avanti con una cedola trimestrale dell'1,5%, sempre che tutti e quattro restino sopra la barriera. Il certificato è studiato apposta per pagare la maxicedola, anche se una piccolissima probabilità di non riceverla c'è sempre.
Un esempio: con 1.000 € di minusvalenze si comprano 10.000 € di questo certificato, si incassa una maxicedola da 1.000 € e non si paga nessuna tassa. Attenzione, la cifra che la banca indica nello zainetto è l'importo delle perdite, non delle tasse, e quello che si guadagna è il 26%. Le perdite da obbligazioni tassate al 12,5% la banca le riscala, e in un certo senso valgono meno.
Dopo la maxicedola il certificato continua a vivere. Chi pensa di fare il furbo, incassare la maxicedola e vendere, sappia che dopo il pagamento il prezzo crolla più o meno dell'importo della maxicedola, e vendendo si fa un'altra minusvalenza. Che però dura altri quattro anni e mezzo: il trucco serve a prendere tempo, e si può usare anche così. Oppure si tiene il certificato fino a scadenza, e se i titoli non scendono sotto la barriera si riceve indietro 100 e minusvalenze non se ne fanno.
Secondo avviso: in tanti comprano questi certificati solo per la maxicedola, e secondo Paolo dopo il pagamento il prezzo cala un po' più della maxicedola, perché molti vorranno vendere. A chi vuole proprio venderlo, Paolo suggerisce di aspettare magari un po'.
Gli emittenti ne metteranno di sicuro altri: basta cercare «maxi cash», «maxi coupon» o «maxicedola». Uno di quelli visti nel video quotava già sopra 105, perché il prezzo incorporava la certezza della maxicedola. Con questo trucco i certificati servono sia a usare le minusvalenze sia a prorogarle.
ETN su criptovalute
Poi ci sono gli «ETF» sulle criptovalute. Anche qui la F non esiste: sono ETN, exchange traded notes, contratti in tutto simili agli ETC ma con le criptovalute come sottostante. Come per gli ETC, bisogna togliersi dalla testa l'immagine dell'amministratore delegato con una fila di chiavette sulla scrivania, piene di chiavi private. Di solito l'emittente ha un'obbligazione di un'altra azienda, legata alle criptovalute che quell'azienda possiede, e quelle criptovalute stanno su un exchange, spesso Coinbase. Un exchange grosso e sicuro, magari su un conto a parte e segregato, ma lì stanno. I rischi di controparte sono quindi maggiori che con un ETF, dove l'azienda deve possedere le azioni sottostanti: se fallisce, a meno di una truffa vera e propria, le azioni sono lì.
Su justETF gli ETN sono quasi tutti su criptovalute: CoinShares Physical Bitcoin, Bitwise Physical Bitcoin e altri su Bitcoin e Solana. Investirci vuol dire salire sulle montagne russe. Nel video Paolo cerca apposta un periodo di perdite e trova chi, dopo aver comprato, si ritrovava a −25% in quattro mesi. Gli ETN sulle criptovalute possono dare una grossa plusvalenza su cui usare tutte le minusvalenze, ma sono anche un ottimo modo per farne di nuove: Paolo conosce gente che, cercando di usare le proprie, ne ha fatte molte di più. Esistono e funzionano più o meno come gli ETC sulle materie prime, con la differenza che seguono sempre il prezzo spot e non i future. Il rischio però è massimo.
Azioni
Le minusvalenze si possono usare anche comprando azioni singole, e qui Paolo racconta la sua esperienza, che non è positiva: le azioni singole sono una spina nel deretano. Pagano dividendi, che ne abbassano il valore e sono tassati come reddito da capitale, quindi senza minusvalenze. Se l'azienda è estera, il dividendo è tassato due volte, all'estero e poi in Italia, e recuperare quanto pagato in più è praticamente impossibile. E poi fusioni, cancellazioni dal listino, trasferimenti, aumenti di capitale, stock dividend: una serie di operazioni che con un banale ETF non si vedono. Nel portafoglio di Paolo metà delle azioni sale, e lì usa le minusvalenze; l'altra metà scende, e lì ne fa di nuove, a volte grosse, perché qualcuna ha perso anche il 90%. Tanto che, si corregge Paolo, la maggior parte delle minusvalenze salta fuori proprio dai tentativi di usare quelle precedenti.
ETN azionari
Fra tutti questi strumenti le azioni singole sono il penultimo che Paolo consiglia (l'ultimo sono le obbligazioni). C'è però qualcosa che somiglia in tutto e per tutto a un ETF su un paniere azionario, ma per il fisco italiano non lo è, e quindi fa plusvalenza e non reddito da capitale: gli ETN azionari.
Ce ne sono parecchi, ma riconoscerli è difficile. Su justETF non basta prendere quelli a replica swap: spesso hanno come sottostante dei contratti swap e sono comunque ETF. Grazie ad alcuni spettatori Paolo ne ha trovati diversi, a replica sintetica, e dal minuto 45:31 mostra quelli di WisdomTree. La replica è sintetica totale, quindi ci si fida di quello che fa WisdomTree. Uno segue l'S&P 500, e lo segue bene. Un altro segue addirittura il FTSE MIB, l'indice della Borsa di Milano: la scheda dice che ne replica la performance in modo sintetico, e lo chiama ETN proprio perché sia chiaro che non è un ETF. Paolo non ha trovato un modo per filtrarli su justETF, dove cercando gli ETN escono solo quelli sulle criptovalute. Per questo ha messo gli ISIN nella descrizione del video, non per invogliare all'acquisto ma perché sono difficili da trovare.
ETN a leva
Una famiglia simile sono gli ETN a leva, che seguono un indice con una leva giornaliera. Con leva 2, se in un giorno l'indice fa +3% l'ETN fa +6%; se fa −2%, l'ETN fa −4%. Paolo consiglia la massima prudenza. Nel corso base non li ha nemmeno nominati, e per lui andare oltre leva 3 è follia totale, perché lo strumento si può azzerare. Con leva 4 basta che l'indice perda il 25% in un giorno e si va a zero. Anche peggio: se perde il 10% per due giorni di fila, si perde il 40% e poi il 40% di quel poco che resta, e due giorni di fila a −10% non sono così strampalati. Ma pure leva 2 e leva 3 sono un rischio molto più grande di quanto si pensi. Uno ragiona così: l'indice oscilla dell'1-2% al giorno, io lo faccio oscillare del doppio o del triplo. In realtà il pericolo è il mercato laterale, che sale e scende senza andare da nessuna parte: lì si può dimostrare matematicamente che l'ETN a leva scende per forza. Sembra incredibile, ma è un gioco di percentuali, e Paolo lo ha dimostrato in un video sugli ETF a leva. Per usare le minusvalenze funzionano perfettamente, ma vanno comprati con la massima prudenza.
Berkshire Hathaway
Paolo sconsiglia le azioni singole, ma ce n'è una che di fatto è quasi un ETF: Berkshire Hathaway. Esiste in due versioni. Una costa centinaia di migliaia di dollari per azione, quindi non si può comprare; l'altra, «per poveracci», ad agosto 2025 costa forse qualche centinaio di dollari, e quella si può comprare. È l'azione del patrimonio di Warren Buffett, che lo gestisce attraverso questa holding piena di partecipazioni azionarie: di fatto un fondo a gestione attiva, fatto da Buffett per sé. Ma siccome è un'azione, per il fisco italiano siamo a posto, e sui guadagni della sua vendita si possono usare le minusvalenze. Paolo ne ha parlato in un video a parte, e la considera un possibile buon acquisto, di sicuro molto più degli ETN a leva.
Vendere opzioni
Esiste anche un sistema che serve solo a rimandare le minusvalenze, facendo una plusvalenza a cui segue una minusvalenza. È un po' losco, nel senso che si muove nelle zone torbide della legge, e va ben oltre il livello di chi segue questo corso, anche l'avanzato. Si vende un'opzione verso dicembre, una put o anche una call, non importa. Vendendola si ricevono dei soldi, cioè si fa una plusvalenza, e la banca la deve tassare come plusvalenza a costo zero, perché non si è speso niente. Si lascia passare l'anno, così la plusvalenza cade di sicuro in quello, e poi si ricompra l'opzione. Serve però una banca che permetta operazioni del genere, e la maggior parte delle banche di chi ha bisogno di questo corso non lo permette. Paolo lo cita solo come nota di colore, prima che qualcuno lo scriva nei commenti.
Obbligazioni
Da qui in avanti i sistemi sono sempre meno efficienti. Le obbligazioni sembrano l'invenzione del secolo. Si compra un'obbligazione a 90, si aspetta la scadenza a 100 e si fa 10. Garantito, mentre con tutti gli altri strumenti il prezzo oscilla e la plusvalenza può anche non arrivare. Cosa c'è di più comodo? C'è che la legge se n'è accorta: se il guadagno è garantito, in certi casi non è plusvalenza ma reddito da capitale.
Paolo non elenca i casi, perché la regola è confusa e terribile, ma il punto è questo. La legge guarda a quanto era stata emessa l'obbligazione in origine, magari 20 anni fa. Se era stata emessa a 100 si va tranquilli: comprata a 90, a scadenza vale 100, ed è plusvalenza. Se invece era stata emessa sotto 100, per esempio a 80 perché era una zero coupon, cioè senza cedole, e oggi vale 90, quella differenza è quasi tutta reddito da capitale. Quasi, perché per dividere il guadagno fra reddito da capitale e plusvalenza si usa una formula inutilmente complicata, che Paolo si rifiuta categoricamente di spiegare e che ha accennato in un video sulla tassazione delle obbligazioni zero coupon.
Bisogna quindi capire, cosa difficilissima, se l'obbligazione era stata emessa a 100: se no, probabilmente gran parte del guadagno è reddito da capitale, e lì le minusvalenze non si possono usare. Da questo punto di vista le obbligazioni migliori sono quelle emesse durante il Covid. I tassi erano a zero, e parecchie furono emesse a 100 con cedola zero: zero coupon di fatto ma non formalmente, perché emesse a 100 e non sotto. Ora che i tassi sono più alti possono quotare, per esempio, 94, e a scadenza si incassano quei 6 come plusvalenza, visto che l'emissione era a 100. Per Paolo sono le uniche obbligazioni buone per questo scopo: è molto difficile che un'obbligazione emessa in un altro periodo sia stata emessa a 100 e oggi quoti sotto 100.
Sulle obbligazioni governative, poi, le minusvalenze si usano solo per la loro tassa, che è il 12,5%, e quindi se ne consuma circa la metà. In sé per noi è un vantaggio, ne usiamo meno: è come se il supermercato ci facesse lo stesso sconto usando solo metà del buono. Ma chi vuole svuotare lo zainetto il buono lo vorrebbe usare tutto.
Con le obbligazioni serve molta attenzione: sono bizzarre, e di solito si recuperano spiccioli. Un'obbligazione governativa che oggi quota 96 fa recuperare il 4%, che per la tassazione al 12,5% vale la metà, in pratica il 2%. Per mangiarsi 2.000 € di minusvalenze bisogna investire 100.000 €.
Oro fisico
L'ultimo strumento è venuto in mente a Paolo per il problema di uno spettatore: l'oro fisico da vendere. L'oro, a seconda della forma in cui lo si ha, può essere tassato in modi diversi, e il video non entra nei dettagli. Ma se è in una forma tassata al 26%, e magari mancano le prove d'acquisto, per cui tutto il ricavato è tassato al 26% come se l'oro fosse costato zero, allora sulla vendita, per esempio a un banco metalli, si possono usare le minusvalenze delle operazioni finanziarie andate male. Il motivo è che l'articolo 67 del testo unico delle imposte sui redditi mette nello stesso comma (secondo Paolo, che è andato a controllare, il c-ter) la vendita di metalli preziosi e i guadagni finanziari, tutti come redditi diversi: la tassa è la stessa.
C'è un però. La vendita di oro fisico non passa dal regime amministrato, va messa in dichiarazione dei redditi. Bisogna quindi passare al regime dichiarativo anche con il conto titoli, per un anno. Il passaggio avviene solo a fine anno: entro dicembre si comunica alla banca che l'anno seguente si starà in dichiarativo. In alternativa si chiude il conto. In tutti e due i casi ci si fa certificare le minusvalenze, e a quel punto, con tutto in dichiarativo, le minusvalenze finanziarie certificate vanno a scalare le tasse sull'oro. Può essere un po' un casino burocratico, ma con grossi importi di oro da vendere può valerne la pena.
Criptovalute
Resta un'ultima categoria: le criptovalute. Chi ha appena scoperto che le minusvalenze valgono anche sull'oro starà già pensando di vendere i suoi Bitcoin e usare le minusvalenze che ha nello zainetto, magari quelle degli ETF russi liquidati. Invece no. Ad agosto 2025 la legge mette le criptovalute in un comma separato, e per questo l'Agenzia delle Entrate ha diviso il quadro RT in due: criptovalute da una parte, tutto il resto dall'altra. Minusvalenze e plusvalenze di tutte le cripto-attività vivono di vita propria. Le minusvalenze finanziarie non si possono usare sulle plusvalenze da criptovalute, e le minusvalenze da criptovalute, magari quelle delle altcoin comprate sui massimi e ora sotto i tacchi, non si possono usare sulle plusvalenze azionarie. Questo vale per le criptovalute possedute direttamente: gli ETN sulle criptovalute, visti prima, sono contratti come gli ETC.