Educati e Finanziati

Eredità e successione

Come si divide un'eredità con e senza testamento, quando conviene accettare o rinunciare, quanto si paga di imposte e cosa succede agli investimenti

📌 In sintesi

Cosa imparerai:

  • Come si divide un'eredità senza testamento, e perché il coniuge senza figli non prende tutto
  • Come si scrive un testamento olografo e quali quote spettano comunque ai legittimari
  • Quando conviene accettare, accettare con beneficio d'inventario, rinunciare o non fare niente
  • Quanto costano l'imposta di successione e le imposte sugli immobili, fra franchigie e beni esenti
  • Cosa succede a conti, dossier titoli e prezzi di carico, e cosa preparare prima

Tempo di lettura: ~31 minuti

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Questa lezione parla di cosa succede quando una persona muore e lascia i suoi beni agli eredi. Cosa fare dopo interessa poco a chi se ne va. Conta di più cosa fare prima, perché ci sono parecchie questioni tecniche, piccole e grandi, che sistemate in anticipo magari risparmiano qualche rogna. Paolo Coletti un po' di esperienza ce l'ha, purtroppo, per via di alcuni parenti. Sulle regole più note, come la divisione fra coniuge e figli, passa veloce, perché ci sono persone più esperte di lui. Si ferma di più sugli strumenti finanziari, dove il fisco riserva altre bizzarrie, alcune forse già anticipate nel video sulla tassazione degli strumenti finanziari.

Successione legittima

Molti pensano che «legittima» voglia dire le quote riservate ai figli. Per i giuristi, invece, la successione legittima è quella senza testamento: il caso della stragrande maggioranza delle persone. La legge italiana la regola in modo sensato, anche se ogni tanto, con le sue frazioni bizzarre, a un matematico fa rizzare i capelli.

Chi eredita e quanto

Chi restaCome si divide l'eredità
Coniuge e un figliometà al coniuge, metà al figlio
Coniuge e due figliun terzo a testa
Coniuge e più di due figliun terzo al coniuge, due terzi divisi fra i figli
Coniuge senza figlidue terzi al coniuge, un terzo agli ascendenti (cioè i genitori) e ai fratelli
Solo il coniugetutto al coniuge
Né coniuge né figligenitori e fratelli a testa, ma ai genitori almeno la metà
Solo figliin parti uguali fra i figli

Fino a due figli, quindi, il coniuge è trattato come un figlio. Oltre i due figli, vuol dire che il coniuge si è dato molto da fare: i figli prendono meno e il coniuge, nella peggiore delle ipotesi, prende un terzo.

La prima sorpresa, forse, è il coniuge senza figli, che non eredita tutto. Due terzi vanno a lui, un terzo ai genitori e ai fratelli. Paolo immagina che la legge ragioni così: con i figli hai una famiglia, con il solo coniuge non proprio, e allora un po' d'eredità va anche alla famiglia d'origine. Di solito, però, chi ha il coniuge e non ha figli vuole lasciare tutto al coniuge. E con due o tre fratelli il coniuge si ritrova la casa spezzettata con altre persone, che è proprio il terreno dove nascono i dissidi familiari. È forse uno dei casi in cui conviene fare testamento.

I fratelli unilaterali, cioè quelli che hanno un solo genitore in comune, prendono metà quota. Se non c'è nessuno di queste categorie si arriva fino ai parenti di sesto grado, che in italiano corrente sono i secondi cugini. Al Sud sono parenti stretti; Paolo, a Trento, non saprebbe nemmeno come si chiamano, se non avessero un terreno in comune. I figli dei secondi cugini non ereditano.

Cosa è davvero del defunto

Con il coniuge e un figlio l'eredità va metà e metà, ma non è detto che tutto il patrimonio fosse del defunto. Chi è in comunione dei beni ha metà del patrimonio che è già del coniuge, e spesso, anche senza comunione, i beni sono stati comprati a metà. Il risultato classico è tre quarti al coniuge e un quarto al figlio.

C'è poi un secondo motivo. È incredibile come durante la successione si scopra chi sono i veri proprietari dei beni: quella cosa che tutti pensavano fosse del defunto, magari, era intestata a Tizio. Vale per i beni che si possono intestare, perché per gli altri si presume che fossero suoi se li usava lui. Dare un'occhiata, finché si è in tempo, a chi sia davvero intestata l'auto comprata nel 1973 non farebbe male.

Il diritto di abitazione del coniuge

Se la casa era del defunto, anche solo in parte, il coniuge, di qualunque sesso sia, ha il diritto di abitazione. È un diritto reale sulla casa e funziona in tutto e per tutto come un usufrutto: la casa nella dichiarazione dei redditi la segna solo lui, e l'IMU pure. La legge, palesemente pensata per le vedove, voleva evitare che i figli vendessero la casa e mandassero via la madre anziana. L'effetto è che la casa di famiglia potrebbe diventare più difficile da vendere, a meno che il coniuge non rinunci espressamente al diritto. Restano fuori dalla lezione i coniugi separati, divorziati o di fatto: chi è in una di queste situazioni deve informarsi a parte.

Il diritto di rappresentazione

Il diritto di rappresentazione entra in gioco quando l'erede sarebbe stato un figlio o un fratello del defunto, ma non può ereditare: perché è già morto, perché rinuncia o perché è indegno, come di solito chi ha ucciso la persona da cui dovrebbe ereditare. Al suo posto entrano i suoi figli, cioè le persone per cui il defunto era nonno o zio. Il caso classico è il nonno che muore quando suo figlio era già morto: il nipote entra al posto del padre e non resta escluso. La rappresentazione va solo verso il basso, dai genitori ai figli, e solo se chi manca era figlio o fratello del defunto.

Quote, non beni

La legge assegna quote, non beni. Il denaro e gli investimenti si dividono da soli. I beni che non sono fungibili, come gli appartamenti, no: senza testamento due appartamenti identici finiscono al 50% a ciascuno dei due figli, non uno a testa, e questo crea notevoli problemi. Più avanti si vede come separarli in un secondo momento. Ma dividerli prima con il testamento, rispettando i vincoli della prossima sezione, evita discussioni e litigi, ed è uno dei buoni motivi per farlo.

Successione per testamento

Dal notaio o da soli

Il testamento si può fare dal notaio: lo si paga e il notaio dice come scriverlo e in che forma. Qui Paolo dà un solo consiglio, cioè seguire quello che dice il notaio, e più avanti racconta perché.

Il testamento si può anche scrivere da soli, e si chiama testamento olografo. Chi lo scrive da sé cerchi, per piacere, di farlo giusto e di non scrivere eresie. Paolo suggerisce di procedere così:

  1. Si scrive il testamento in Word.
  2. Si comincia dicendo chi si è e che si annullano tutti i testamenti precedenti, anche se non se ne sono mai fatti. Un testamento nuovo, infatti, non annulla da solo quelli di prima: va detto espressamente.
  3. Si mette la data. Quando un testamento successivo annullerà i precedenti, le date aiutano a capire quali sono.
  4. Si lasciano i beni in modo chiarissimo: a chi e che cosa. Quello che non si specifica va in successione legittima.
  5. Si stampa il documento e lo si ricopia tutto a mano su un foglio completamente bianco, data e firma comprese.

Viene il dito piatto, perché non siamo più abituati a scrivere a mano. Su quel foglio deve esserci solo la propria scrittura: niente di stampato e nessuna firma di testimoni. La legge non è così rigida, ma così si va sul sicuro. Dei testimoni che garantiscano che il testamento l'ha scritto lui, in effetti, possono servire, perché nel 2026 il lavoro di un perito che deve verificare la calligrafia non è facile: di scritti a mano ne abbiamo pochi, e per quella di Paolo dovrebbe recuperare gli appunti dell'università di trent'anni fa, con una calligrafia che nel frattempo è un po' cambiata. Chi li vuole proprio li fa firmare su un foglio separato, anche stampato, che dica che il testamento del tal giorno dice certe cose. Sul testamento, meglio non mettere firme di altri.

Il testamento va dato alla persona che ne beneficerebbe di più, perché è lei che deve farlo saltare fuori. Un testamento che non salta fuori è come non averlo fatto.

Le quote dei legittimari

Il testamento deve rispettare le quote dei legittimari, le persone che non si possono diseredare: il coniuge, i figli e, se non ci sono figli, gli ascendenti (genitori, nonni, bisnonni, fino ai trisavoli). Le quote riservate sono queste:

Chi restaQuota riservataQuota di cui si dispone
Solo il coniugemetà al coniugemetà
Un figliometà al figliometà
Due o più figlidue terzi ai figli, divisi come nella successione legittimaun terzo
Coniuge e un figlioun terzo al coniuge, un terzo al figlioun terzo
Coniuge e due o più figliun quarto al coniuge, metà ai figliun quarto
Né coniuge né figliun terzo agli ascendenti, se ci sonodue terzi
Coniuge e genitorimetà al coniuge, un quarto ai genitoriun quarto

Quale metà vada al coniuge, nel primo caso, lo si decide nel testamento. Al coniuge che magari si odia si possono lasciare i beni più brutti, purché valgano, come il terreno invendibile sotto il traliccio, e l'altra metà a chi si vuole. I fratelli non compaiono mai: non sono legittimari e si possono escludere tranquillamente. Probabilmente il legislatore aveva visto che fra fratelli ogni tanto non corre buon sangue.

Donazioni e patti

Nell'eredità si tiene conto anche delle donazioni fatte in vita a queste persone, che si considerano parte della quota disponibile. Quelle fatte per atto pubblico, dal notaio, sono facili da contare, e potrebbero esserlo anche quelle fatte con metodi tracciati. Quelle non tracciate sono praticamente impossibili da contare, a meno di riuscire a dimostrarle. Chi ha subito una lesione della legittima può chiedere la famosa azione di riduzione. Anche le donazioni in vita, quindi, devono rispettare le quote di legittima.

In Italia, poi, è vietatissimo fare patti sulla propria eredità prima di morire. Ci si può impegnare a lasciare quello che si vuole, ma il testamento può dire tutt'altro. A babbo morto, come si dice, non si può fare. Fanno forse eccezione i patti di famiglia per la gestione delle aziende, ma sono una cosa più avanzata: chi ha un'azienda, spera Paolo, paga la consulenza di un professionista.

Eredi e legatari

La legge distingue fra eredi e legatari, una distinzione di cui, secondo Paolo, si poteva fare a meno. Agli eredi si lasciano i beni. Al legatario si «lega» un bene specifico, e il legatario non eredita il resto: in particolare non eredita i debiti, che agli eredi arrivano insieme a tutto il pacchetto. Un esempio alla Paperon de' Paperoni: «lego la mia preziosa scrivania in mogano al mio segretario, che la custodirà in una casa museo, e lascio tutto il resto del mio patrimonio a mio nipote». Del legato non si può abusare: scrivere «lego il 90% del mio patrimonio» espone a ricorsi.

Pubblicazione e obblighi

Dopo la morte il testamento va pubblicato, che non vuol dire sul giornale: vuol dire reso pubblico, e ci pensa il notaio. Con il testamento, quindi, dal notaio si passa. La successione legittima invece si può fare anche senza: le dichiarazioni sono un po' laboriose, e più delicate se ci sono immobili, ma si fanno. Se il defunto non ha quasi niente, si va tranquilli.

Nel testamento si possono mettere anche degli obblighi, come nei film o nei fumetti: Paperon de' Paperoni che lascia tutto a Paperino a patto che non spenda più di tanto al giorno. È perfettamente lecito, ma non sulle quote di legittima, perché un obbligo di fatto le ridurrebbe. Gli obblighi devono essere comprensibili, facili da verificare e soprattutto leciti, perché un obbligo illecito decade. Chi comincia a metterne fa bene a passare dal notaio, perché la cosa si complica. Si può anche nominare un esecutore testamentario, pagato con i soldi dell'eredità, che vigili sugli obblighi.

Ed ecco il caso di chi dal notaio ci è andato, ma evidentemente non l'ha ascoltato. Un amico di Paolo cercava casa e ne trova una bella, vicino al bosco. Era di una signora morta che l'aveva lasciata a tre persone. La signora amava tantissimo il suo cane, che non può ereditare, e nel testamento aveva dato a uno dei tre l'onere di far vivere il cane per sempre in quella casa e di accudirlo lui, ogni giorno. L'amico l'avrebbe comprata volentieri, cane compreso. Ma il testamento voleva che il cane restasse lì e che a occuparsene fosse proprio quella persona: per tutta la vita del cane si sarebbe trovato in casa un estraneo una volta al giorno. Impossibile. Risultato: la casa è vuota e il cane ci vive da solo, solo come un cane. Il custode passa una volta al giorno a portarlo in giro, e non può prenderlo a casa sua, perché violerebbe l'onere e perderebbe la sua quota. L'esatto opposto di quello che voleva la signora. E quel testamento era stato fatto dal notaio: se il notaio dice qualcosa, conviene seguirlo e non fare di testa propria.

Perché fare testamento

I motivi principali sono due. Il primo è lasciare la quota disponibile a chi si vuole. Il secondo, quello che conta di più, è decidere la divisione. La maggior parte delle persone lascia comunque i beni a chi avrebbe ereditato lo stesso, a parte chi ha litigato con i fratelli, non ha più i genitori e vuole lasciare tutto al Pio Albergo Trivulzio. Con il testamento si stabilisce cosa va a chi, magari d'accordo con gli eredi: «tu quale dei miei cinque appartamenti vuoi? Tu vuoi la macchina? Tu lo scooter elettrico?» Così non litigano sui beni non fungibili.

C'è poi un motivo validissimo, quello per cui Paolo consiglia a chiunque abbia figli almeno uno straccio di testamento olografo: morire con figli minori. Se i genitori non sono sposati è un pasticcio, perché ereditano solo i figli e il compagno non eredita niente. L'altro genitore può trovarsi in grosse difficoltà finanziarie nel mantenere i figli stessi, perché i beni ereditati dai figli sono sotto il controllo del giudice tutelare. Per ogni cosa bisogna fare istanza al giudice, o parlare con la persona che il giudice ha incaricato, e il capitale resta del figlio: per venderne i beni o usarlo serve sempre l'autorizzazione del giudice.

Anche da sposati può finire male. Le quote degli immobili si ereditano a pezzi, e un appartamento che si stava per vendere non si può più vendere, perché una parte è del figlio minore. Per venderlo serve un'istanza al giudice, che chiede una perizia. Se il perito dice che l'appartamento vale anche solo un po' di più del prezzo di vendita, il giudice non lo fa vendere, e alla perizia non si può obiettare. Una famiglia che ha bisogno di soldi lo venderebbe anche al 10% in meno; il perito no.

Con figli minori, quindi, per Paolo il testamento va fatto, e con un'ottica un po' antipatica: ai figli minori vanno i beni che la famiglia non userebbe comunque nei prossimi anni, al coniuge o ai figli maggiorenni quelli più utilizzabili. Gli investimenti che scadono e la liquidità, di cui il coniuge potrebbe avere bisogno, possono andare al coniuge; al figlio si può lasciare l'appartamento di famiglia, che tanto difficilmente viene venduto. Un appartamento affittato, invece, conviene forse lasciarlo al coniuge, che potrà rinnovare il contratto o chiuderlo, mentre lasciato al figlio minore ogni modifica passerebbe dal giudice. Una famiglia di solito agisce per il bene di tutti. Il giudice, invece, deve tutelare i soldi del minore finché non sarà lui a decidere.

Dividere i beni durante la successione

Alla morte, le persone chiamate all'eredità ereditano secondo il testamento, oppure per quote in comune, e devono presentare la dichiarazione di successione. Dal notaio la fa lui, a pagamento; altrimenti si può fare anche da soli. Nella famiglia di Paolo l'hanno sempre fatta da soli, immobili compresi. Investimenti, allora, forse non ce n'erano, o erano semplici: i BTP.

In quel momento gli eredi possono accordarsi per dividersi l'eredità, rispettando le indicazioni del testamento: un bene assegnato a uno non si può spostare a un altro. I beni assegnati per quote, invece, sì. Due figli, due appartamenti, nessun testamento: a ciascuno va il 50% di tutti e due. Con un atto formalmente separato, ma fatto nello stesso momento, possono decidere che uno prende l'appartamento A e l'altro il B, con 10.000 euro di conguaglio perché il B è un po' più bello.

Potrebbero farlo anche dopo. L'unico vantaggio a farlo subito è un lieve vantaggio fiscale sugli immobili: per i giuristi è un atto «dichiarativo e non traslativo», e paga imposte minori di quelle di una permuta, soprattutto se non è prima casa. Paolo una volta non l'ha fatto e si è ritrovato in comproprietà. Visto che dal notaio magari si va comunque, conviene fare subito anche questo atto.

Accettare o rinunciare

Questa è una questione spinosa che in alcuni casi salva il sederino. Alla morte di una persona si diventa «chiamati all'eredità», e bisogna decidere se accettare o rinunciare.

L'accettazione è retroattiva: chi accetta due mesi dopo è come se avesse accettato al momento della morte, e risponde di quello che nel frattempo è successo ai beni, per esempio di un tetto caduto in testa a qualcuno. È un caso raro. Più importante è che il defunto può avere debiti che gli eredi non conoscono. E i debiti, come disse a Paolo il suo avvocato quando dovette decidere se accettare un'eredità, non devono per forza essere scritti: possono anche essere orali. Quindici testimoni che giurano che il tizio ha prestato 10.000 euro al defunto senza riaverli possono dare un appiglio legale per far saltare fuori 10.000 euro di debiti.

Accettazione espressa e tacita

L'accettazione espressa è facile: è un atto ufficiale in cui si dichiara di accettare, dal notaio o, pensa Paolo, in qualche ufficio pubblico. L'accettazione tacita è molto più subdola, e ci cascano in parecchi: scatta appena si usa uno dei beni del defunto. Il caso classico è la banca che chiede una firmetta per chiudere il conto corrente del defunto. Si firma come erede, e in quel momento si è accettata l'eredità. Paolo l'ha visto succedere. Vale lo stesso per qualunque atto che potrebbe fare soltanto un erede, come pagare con i soldi del defunto una sua bolletta arretrata: se il fornitore telefona d'urgenza, la risposta giusta è che la cosa non ci riguarda. Paolo starebbe molto attento anche a usare l'automobile del defunto o a dar via i suoi vestiti. Intestarsi l'auto è accettazione tacita immediata.

Pagare le bollette del defunto con i propri soldi normalmente non è accettazione, perché può farlo chiunque. Paolo, correggendosi in parte, consiglia per sicurezza di non fare nemmeno quello: al massimo arriveranno gli interessi di mora.

Il beneficio d'inventario

Chi pensa che i debiti del defunto possano superare i beni può accettare con beneficio d'inventario. Si fa l'elenco dei beni e dei debiti, di solito in 3 mesi, e poi ci sono 40 giorni per decidere se accettare. Chi accetta così ripaga gli eventuali debiti al massimo con i beni del defunto. Con l'accettazione senza condizioni, invece, se i debiti superano i beni ci si mettono i soldi propri, ed è questo il rischio grosso. Quando muore qualcuno che non si conosceva bene e si è eredi, quindi, mani in alto: non si tocca niente, non si fa niente, non si entra nemmeno in casa per la solita razzia dei beni del defunto. Dispiace, ma il cappotto di cammello resta lì.

La rinuncia

Rinunciare, incredibilmente, costa. Si rinuncia dal notaio o alla cancelleria del tribunale, e la cosa più bella è che va fatto nel luogo dell'ultimo domicilio del defunto.

C'è poi un problema: con la rinuncia scatta il diritto di rappresentazione. Se il defunto era il padre o il fratello di chi rinuncia, il diritto passa ai figli di chi rinuncia, che devono rinunciare a loro volta. Se sono minori è un pasticcio, perché il figlio minore non rinuncia da solo: interviene il giudice, che fa di sicuro l'accettazione con inventario, fa l'inventario, guarda e decide. E tutte queste operazioni, teme Paolo, sono a spese di chi ha rinunciato.

Non fare niente

Per chi ha già in mente di rinunciare, Paolo racconta un trucco che ha usato una volta: non fare assolutamente niente. Nessuno può obbligare ad accettare o a rinunciare. Così si risparmiano i soldi della rinuncia e il viaggio dal notaio, o alla cancelleria di un tribunale che può essere dall'altra parte d'Italia. A quel punto non succede niente. Non c'è ancora nessun erede e i beni restano lì, sospesi. La banca sarà furiosa e telefonerà cento volte per la firmetta, ma non si firma, non si fa niente e non si tocca niente.

Al massimo qualcuno con un interesse legittimo, la banca o un creditore, può andare dal giudice e chiedere che si scelga. Se non si risponde, scatta la rinuncia automatica: si è rinunciato senza spendere niente e senza spostarsi. Allora subentrano i figli. Molto probabilmente, però, nessuno farà niente. Alla banca, con ogni probabilità, non importa nemmeno: terrà il conto nel limbo e dopo vent'anni finirà fra i famosi conti dormienti, allo Stato. I creditori sanno che, se costringono a scegliere, probabilmente la scelta sarà la rinuncia, e forse si danno da fare solo se il defunto ha beni che possono aggredire. Nel caso di Paolo non è successo assolutamente niente, e l'onere di decidere non è passato ai figli: dopo dieci anni va tutto in cavalleria.

Imposta di successione

Sulle imposte l'Italia è il bengodi della successione. L'imposta è dell'8%, ma con settemila eccezioni, perché in Italia senza eccezioni non siamo contenti.

Chi ereditaAliquotaFranchigia
Coniuge e parenti in linea retta (figli, figli dei figli, genitori, genitori dei genitori)4%1 milione di euro a testa
Fratelli e sorelle6%100.000 euro a testa
Altri parenti fino al quarto grado, affini in linea retta e affini in linea collaterale fino al terzo grado6%nessuna
Tutti gli altri8%nessuna

Un disabile grave ha sempre una franchigia di 1,5 milioni di euro.

Con un coniuge, due figli e un'eredità sotto i 3 milioni di euro, quindi, nessuno paga una lira di imposta di successione. Un'altra imposta sì, come si vede più avanti.

Gli affini sono i parenti del coniuge. I gradi, secondo Paolo in modo più intuitivo di come li spiegano i libri di diritto, si contano con i salti che servono per risalire fino all'antenato comune e poi riscendere: genitori di primo grado, nonni di secondo, zii di terzo, cugini di quarto.

Se le donazioni fatte in vita consumino la franchigia, o se ci sia un altro milione a parte, è un dibattito molto aperto, su cui ogni tanto arriva qualche sentenza.

Beni esenti

Come se la franchigia non bastasse, c'è una lista di beni esenti, che Paolo, da ministro delle finanze, abolirebbe in blocco:

  • i titoli di Stato italiani, quelli emessi dall'Unione europea e gli equiparati. Qui Paolo andrebbe con le pinze, e secondo lui ci sono in mezzo anche i buoni postali, ma sui titoli di Stato italiani si va sul sicuro: 7 milioni di BTP passano a chiunque, anche a un estraneo, senza imposta. Per lo stesso motivo anche gli ETF che contengono BTP hanno una quota esente, giusto per complicare i conti;
  • il TFR e le eventuali altre indennità di chi lavorava ancora: con la morte il contratto si interrompe (e no, non si va in NASpI da morti);
  • tutte le polizze vita;
  • i veicoli iscritti al pubblico registro automobilistico, quindi, bizzarramente, non un'auto senza targa;
  • i beni culturali vincolati;
  • i crediti verso lo Stato, come i rimborsi di imposte. Anche qui c'è una bizzarria: il rimborso incassato il giorno prima della morte non è esente, quello da incassare dopo sì;
  • il fondo pensione, se non si è ancora chiesta la prestazione e quindi si stava ancora versando. È esente a modo suo: non ci si paga l'imposta di successione, ma l'erede paga la famosa tassazione fra il 9 e il 15% che avrebbe pagato il defunto chiedendo la prestazione in quel momento.

L'esenzione dei BTP, per Paolo, smonta il racconto della polizza vita di ramo 3, le unit linked, esente da imposte. È esente, sì, ma lo sono anche i BTP, e allora tanto vale andare avanti comprando solo BTP. Forse è l'unico buon motivo per cui agli anziani si fanno imbottire di BTP.

Polizze di ramo 3 e legittima

Le polizze di ramo 3, oltre a essere esenti, venivano usate anche per aggirare le quote dei legittimari: «non voglio lasciare niente al coniuge, faccio una polizza e designo chi dico io», che riceverà i soldi senza imposte. Non funziona. Tutti i soldi versati nella polizza, non il suo valore attuale, restano soggetti alle quote di legittima. Se si sono versati 100.000 euro e la polizza ne vale 103.000, e quelli erano gli unici soldi, la moglie probabilmente se ne prende comunque 50.000, e gli altri 53.000 vanno alla persona designata.

Beni di casa, passività e scadenze

In teoria l'imposta andrebbe pagata anche sui beni di casa, fino al mezzo litro di Coca-Cola o alla matita da 50 centesimi. C'è una presunzione del 10% di valore, ma Paolo non ha mai conosciuto nessuno che abbia pagato imposte sui beni di casa, forse a meno di avere quadri di pregio o più di una pelliccia: di solito passano in cavalleria.

Dall'imposta si deducono alcune passività: i debiti, ovviamente, le spese mediche degli ultimi sei mesi e quelle del funerale fino a 1.032,91 euro.

La dichiarazione va fatta entro 12 mesi. Se l'eredità è piccola, gli eredi sono il coniuge o parenti in linea retta e non ci sono immobili, la dichiarazione si può anche omettere. Il pagamento va fatto entro 90 giorni, quindi dopo. È interessante, perché è un caso davvero classico che l'erede non abbia i soldi per pagare l'imposta e aspetti proprio l'eredità per pagarla. In 90 giorni si fa in tempo a incassare i beni e forse a vendere quelli facili da vendere; l'appartamento è un'altra storia. Sempre per chi la paga, l'imposta: con queste franchigie, in Italia forse la pagano in pochissimi.

Aziende e holding

Se il coniuge e i discendenti, con l'eredità e con le quote che già avevano, hanno il controllo di un'azienda (il controllo, non la maggioranza) e la tengono attiva per almeno 5 anni, su quell'azienda non pagano nessuna imposta di successione. Se non la tengono attiva ci sono sanzioni da pagare. Siccome coniuge e discendenti hanno già un milione di franchigia a testa, è una regola per patrimoni che vanno ben oltre.

Per Paolo è forse uno dei pochissimi motivi per cui vale la pena fare la famosa holding. Chi ha il 5% di un'azienda, il 25% di un'altra e il 30% di una terza lascia agli eredi l'imposta sul valore di quelle quote, che, se le aziende non sono quotate, va stimato e può diventare un salasso. Se invece conferisce le tre quote come capitale sociale a una holding sua al 100%, gli eredi ereditano il 100% della holding e la tengono attiva per 5 anni, con l'attività di controllare le altre tre. La legge non chiede di avere il controllo anche delle società che stanno dentro, e quindi non pagano imposte. Smart move.

Imposte sugli immobili

Ma le imposte non sono finite. Oltre all'imposta di successione, che si paga se non si sta dentro le franchigie, sugli immobili ci sono altre imposte, perché l'immobile cambia proprietà ed è come se fosse venduto: l'imposta ipotecaria del 2% e quella catastale dell'1%. Si calcolano sul valore catastale, che è la rendita catastale per 1,05 per 120. Quell'1,05 c'è perché un governo che aveva bisogno di un po' di soldi ha aumentato del 5% le rendite catastali senza aumentarle. Queste imposte si pagano a meno che per chi eredita non si tratti di prima casa.

In Italia i valori catastali sono spesso molto più bassi di quelli di mercato, soprattutto dove i prezzi sono saliti tanto, e in certi casi arrivano a un terzo o a un quarto. Chi magari, essendo figlio, di imposta di successione non ha pagato niente, paga quindi il 2% e l'1% su un valore basso. Se è prima casa si paga molto meno: basta che un solo erede abbia i requisiti e tutti pagano 200 euro fissi di ipotecaria e di catastale, più un bollo e altri spiccioli.

L'IMU (o l'IMI, a seconda della regione) si paga dal giorno della morte. Anche la parte di affitto che spetta all'erede dallo stesso giorno va dichiarata, pure se in realtà è finita sul conto del defunto.

Rivendere un immobile ereditato non fa mai plusvalenza, anche a un prezzo molto più alto del valore catastale. Di solito bisogna aspettare 5 anni per non fare plusvalenza; un immobile ereditato si può rivendere subito.

Con gli immobili in comproprietà, al 50% o con quote più complicate, cominciano i litigi: qualcuno non vuole vendere, qualcuno non vuole vendere a cifre troppo basse. Se si va troppo avanti ci si può rivolgere al giudice, che chiede alle parti di trovare un accordo. Se non lo trovano, impone una divisione giudiziale, se l'immobile si può dividere, altrimenti lo manda all'asta. Così ci si può sempre liberare dei parenti che non vogliono vendere: quando l'appartamento va all'asta, viene loro la paura che sia svenduto, e probabilmente partecipano all'asta e si comprano la quota di chi voleva vendere.

Cosa succede agli strumenti finanziari

Qui la faccenda è così complessa che Paolo, che di solito non scrive mai appunti, ne ha scritte ottomila pagine.

Il conto corrente

Alla notizia della morte, la banca blocca le uscite del conto corrente: le carte e tutti gli addebiti automatici. Le bollette, quindi, non vanno più in pagamento. Se in famiglia qualcuno sta male, conviene spostare prima l'intestazione delle bollette, perché dopo pagarle è complicato, e pagarle potrebbe anche voler dire accettare implicitamente l'eredità. Le entrate invece sono ammesse, e la banca le accetta volentieri. Se l'INPS paga la pensione dopo la morte, andrebbe restituita, e può darsi che la chiedano indietro.

La banca sblocca il conto con la dichiarazione di successione, o con una dichiarazione sostitutiva per chi è esonerato: il conto torna intestato a tutti gli eredi, ciascuno per la sua quota, e la banca spingerà, giustamente, a dividerlo in più conti. Bisogna mettere in conto almeno due mesi. Ogni tanto qualche banca permette di pagare le spese funebri, ma non è dovuto e non sta scritto da nessuna parte: Paolo, fosse il direttore della banca, non lo prometterebbe.

Il conto cointestato

È il momento in cui ci si pente del conto cointestato, che Paolo ha sempre sconsigliato come conto principale (al massimo un piccolo conto per le spese comuni). Con la firma disgiunta, quella tipica, in cui ciascuno opera da solo, di solito viene bloccato il 50%, ma la banca potrebbe per prudenza bloccare tutto. Se un erede dimostrasse che tutti i soldi li aveva versati il defunto, andrebbero tutti in eredità, e la banca non può permettere che l'altro intestatario li porti via. Con la firma congiunta, il conto è bloccato completamente. In ogni caso si bloccano anche i pagamenti automatici. Se nessuno contesta, si presume che vada in successione solo il 50% del conto cointestato.

Deleghe, conto deposito, mutuo e prestiti

La delega è l'unico modo legale per operare sul conto di un altro; usare la sua password non lo è, a meno che non la digiti lui seduto accanto. Le deleghe vengono sospese subito, quindi chi ha la delega su un conto non deve fare operazioni dopo la morte. Un impiegato di banca raccontò una volta a Paolo di aver visto operazioni importanti il giorno prima di un decesso: gli erano sembrate strane, ma quelle erano autorizzate.

Al conto deposito succede più o meno lo stesso. Alcuni prevedono lo svincolo automatico in caso di morte, di solito sì, per evitare che gli eredi si trovino un conto vincolato.

Il mutuo passa agli eredi per quota, e chi ha accettato l'eredità deve continuare a pagarlo. A volte il mutuo prevede una polizza caso morte, collegata, che copre il debito residuo: a Paolo sembra che non sia obbligatoria, e lascia la conferma agli esperti di mutui, ma si fa quasi sempre. I prestiti senza una scadenza precisa, come i crediti lombard e i fidi, vanno restituiti subito; quelli con una scadenza passano agli eredi.

Il dossier titoli

Il dossier titoli viene congelato: i PAC e gli ordini futuri sono sospesi. Continua ad accettare quello che entra: cedole, dividendi, titoli che scadono. In rari casi ci sono opzioni da esercitare, e la banca le esercita se conviene.

In teoria il dossier passa a tutti gli eredi insieme, ma la banca divide i titoli, se si possono dividere. Paolo l'ha visto fare: 1.000 euro di BTP, tre eredi a un terzo ciascuno. La banca assegna 333 euro di BTP a ogni erede e vende l'euro che avanza. Si può vendere anche sotto il lotto minimo di 1.000 euro, perché lo si vende fuori mercato (over the counter) a qualcun altro, ovviamente con un costo superiore all'euro che se ne ricava. Le frazioni che l'intermediario non riesce a gestire si vendono così, e di solito sono briciole.

I 333 euro di BTP restano però una cosiddetta spezzatura: sotto il lotto minimo non si vendono sul mercato. Si può chiedere alla banca di venderli fuori mercato, ma di solito conviene tenerli fino a scadenza. Il guaio vero è con le obbligazioni riservate ai grandi investitori, con un lotto minimo di 100.000 euro: lì ci si ritrova con 33.000 euro bloccati. Con 3.333 euro si può aspettare la scadenza tranquilli.

I titoli si possono comunque trasferire a un'altra banca: fra le varie cose, la legge Bersani permette di chiudere il conto e trasferire tutti i titoli senza problemi.

Criptovalute e cassetta di sicurezza

Anche le criptovalute finiscono nella dichiarazione. Se il defunto le possedeva direttamente e non ha lasciato le chiavi private, addio. Da anni chiedono a Paolo un video su come trasmettere le chiavi agli eredi, ma il problema per lui è quasi irrisolvibile senza smart contract complessi: se le chiavi si dicono, più persone possono mettersi d'accordo e prendersi i soldi. Paolo l'ha risolto in parte, non è sicuro che funzioni, e finché non trova una soluzione non ne parla.

La cassetta di sicurezza viene aperta con una cerimonia solenne, alla presenza di un perito, di un funzionario della banca e degli eredi, e con un verbale di apertura. Il suo contenuto va nell'asse ereditario.

L'aggiornamento dei prezzi di carico

Per chi investe, la cosa più interessante, e la più assurda, è l'aggiornamento dei prezzi di carico. Per il testo unico delle imposte sui redditi, il costo di carico dei titoli ereditati è il valore indicato nella dichiarazione di successione, e lì va indicato il valore di mercato del momento. Tutti i prezzi di carico dei titoli ereditati, quindi, si aggiornano alla data della morte.

Sarebbe troppo semplice, e infatti c'è un'aggiunta da pignolazzo: il valore non si calcola per tutti allo stesso modo.

StrumentoValore usato per il prezzo di carico
Fondil'ultimo NAV (il valore della quota) pubblicato prima della morte
ETFin teoria l'ultimo NAV; alcuni intermediari usano, giustamente secondo Paolo, l'ultimo prezzo di mercato
Titoli quotati esenti, in pratica i BTPla media dell'ultimo mese
Tutti gli altri titoli quotatila media degli ultimi tre mesi

Il perché, spiega Paolo, è che ci sono state quattro riforme di altre cose, una dentro l'altra, e la legge sulla successione, che a quelle si appoggiava, ne è uscita bucherellata.

L'aggiornamento può andare a favore o contro. Se il titolo era crollato, il prezzo di carico diventa più basso di quanto l'aveva pagato il nonno; se era salito, più alto, ed è un vantaggio, perché si pagheranno meno tasse. Per i titoli che non generano redditi di capitale, come le azioni, l'aggiornamento è sempre gratuito: ottimo per le azioni salite, sfortuna per quelle scese.

Per i titoli che generano redditi di capitale, cioè, in parole povere, ETF, fondi e certe obbligazioni zero coupon, l'aggiornamento verso l'alto si paga. Se sono scesi, peggio per l'erede. Se sono saliti, il prezzo di carico si aggiorna, ma ci sono da pagare le tasse, come se l'erede li vendesse e li ricomprasse. Se il nonno aveva comprato cinque anni fa un ETF sugli Stati Uniti, l'erede paga un botto di tasse per ereditarlo. Probabilmente non paga imposta di successione, perché sta dentro il milione di franchigia, ma paga sull'aggiornamento del prezzo di carico.

In più non c'è nessuna compensazione fra minusvalenze e plusvalenze. Le minusvalenze del defunto, e quelle create dall'aggiornamento, sono perse subito e del tutto. Lo dice chiaramente una circolare dell'Agenzia delle Entrate, che riprende quello che c'è scritto nella legge. Secondo Paolo questo pesa sulla strategia di ottimizzazione fiscale di chi è già anziano o molto malato e ha un grosso patrimonio.

La dichiarazione dei redditi del defunto

Va fatta anche la dichiarazione dei redditi del defunto, e ne è responsabile l'erede. Se la morte arriva dopo la dichiarazione dell'anno prima, più o meno fra agosto e dicembre, ne basta una; se arriva all'inizio dell'anno, sono due. Nel modulo c'è una casella che dice che la dichiarazione si fa in qualità di erede, e basta che la faccia uno degli eredi.

Tutti i termini che scadono nei 4 mesi dopo la morte sono prorogati di 6 mesi. Se il povero defunto muore il 20 giugno, a dieci giorni dal termine per pagare le imposte (il 30 giugno, anche se in tanti sono convinti che sia il 30 novembre), gli eredi non possono fare tutto in pochi giorni senza nessuna informazione. Così il 30 giugno diventa il 30 dicembre, il 30 luglio, che di solito è il termine per pagare con una piccola maggiorazione, diventa il 30 gennaio, e così via. C'è il tempo di chiudere l'eredità, anche se molte non si chiudono in 6 mesi, e soprattutto di raccogliere tutte le carte, che potrebbe non essere facile.

Della dichiarazione rispondono tutti gli eredi in solido: se la fa il cugino e sbaglia, ne rispondono tutti. È difficile che arrivi un accertamento sulla dichiarazione di un erede, a meno di un errore clamoroso. Tecnicamente le tasse si pagherebbero con i soldi del defunto, che però a quel punto sono probabilmente già divisi, e bisognerebbe andare a chiedere la quota a tutti i parenti.

Sanzioni, interessi e debiti

Le sanzioni tributarie, cioè quelle per qualche irregolarità fiscale del defunto, non passano agli eredi. Nemmeno le sanzioni amministrative, che sono quelle che si chiamano comunemente multe, come quelle del vigile (le multe vere sono un'altra cosa). Il debito e gli interessi, invece, vanno pagati: se il defunto non aveva dichiarato giusto ed era stato sanzionato, la sanzione cade, il resto no. Se la sua situazione era molto complicata, o se era piuttosto riservato e non se ne sa niente, conviene davvero rivolgersi a un professionista che guardi in tutti i posti dove sanzioni del genere possono annidarsi.

Pianificare l'eredità

Questa è forse la parte più utile, perché per tutto il resto si può pensare che non capiterà mai, o che tanto a quel punto si sarà morti. Sono consigli sparsi che vengono da quello che si è visto finora.

Fare testamento

Fare testamento potrebbe essere quasi sempre una buona idea; con un erede unico, per esempio nessun coniuge e un solo figlio, se ne potrebbe fare a meno. Un testamentino non costa niente: al figlio Gigio questo, al figlio Caio quell'altro. Meglio dirlo a Gigio e a Caio, e farglielo scegliere, così poi non si scannano. Si possono aggiungere compensazioni, anche se non è obbligatorio: se uno riceve un appartamento da 120.000 euro e l'altro uno da 100.000, la differenza rientra nella quota disponibile, ma per bontà si può compensare con i contanti. Per i testamenti complessi si va dal notaio, e si segue quello che dice. Per i casi ancora più complessi si può nominare un esecutore testamentario, pagato con i soldi dell'eredità. Paolo assicura che avere appartamenti in comune con persone che non siano figli o coniuge è una rottura di palline non indifferente.

Separare i conti cointestati

Chi ha come unico conto un conto cointestato deve sapere che sarà bloccato, probabilmente per intero, e che si bloccheranno tutte le utenze. Auguri: non si potrà nemmeno guardare questo video, perché non ci sarà più la corrente. Meglio separare i conti cointestati, e cambiare per tempo l'intestazione di bollette e utenze, anche perché chi vuole rinunciare all'eredità potrebbe poi non riuscire a pagarle.

Il fondo pensione

Conviene sapere se la persona ha un fondo pensione, e ricordare che non è necessario chiedere la prestazione. Un errore grave è quello di chi è già malato, arriva finalmente all'età della pensione e chiede la prestazione sotto forma di rendita: con la sua morte la rendita standard si estingue. Ai fini dell'eredità la cosa migliore è tenere i soldi nel fondo, che poi passano agli eredi. E al fondo vanno indicati i beneficiari. Senza indicazioni, di solito i fondi seguono le regole dell'eredità, ma alcuni dividono in parti uguali, e potrebbe non essere quello che si vuole.

BTP e polizze vita

Chi pensa di superare il milione di franchigia per erede in linea retta, o vuole lasciare soldi a chi non è erede, può pensare ai BTP, che passano tutti allegramente esenti. Non serve farsi intortare dalla polizza vita di ramo 1. È vero che anche lei passa senza imposte, ma non è altro che un contenitore di BTP. Paga forse in un mesetto, mentre il BTP si eredita come titolo, ma è un titolo che si può vendere subito.

Per lasciare soldi a persone che non sono eredi serve un testamento apposta, altrimenti non ricevono niente. Secondo Paolo, però, il modo migliore è forse una polizza vita vera, non una di ramo 1 o di ramo 3: con pochi spiccioli si lascia un mucchio di soldi a una persona, anche a chi non c'entra niente con il testamento e con la successione.

Un'assicurazione sulla vita vera serve a chi lascia persone che non possono badare a se stesse, spesso bambini, e magari anche dei debiti. Il caso classico è la coppia con mutuo e figli a carico, in cui il coniuge che resta deve badare da solo ai figli e lavorare per pagare tutto il mutuo. Non serve a chi lascia un grosso patrimonio, che fa già da assicurazione, né a chi non ha nessuno che dipenda dal suo stipendio.

Le aziende

Chi possiede quote rilevanti di aziende, ma non la maggioranza, forse fa bene a pensare seriamente a una holding, anche se non si sente un grande capitalista: bastano il 30% del bar sotto casa e il 20% di un giro di lavanderie con altri quattro soci. Altrimenti gli eredi rischiano di sforare il milione a testa, e i figli pagano l'imposta su quello che si è sempre considerato di famiglia.

Una lista dei conti

Chi è maniaco dei conti, o gestisce da solo le finanze di famiglia e ha da solo il polso della situazione, come fa Paolo, fa bene a tenere una lista dei conti: un file sul computer, stampato ogni tanto e messo fra le carte delle dichiarazioni dei redditi. Gli eredi difficilmente riusciranno a entrare nel suo account del computer, a meno che la famiglia non conosca la password, cosa peraltro vietata. E una banca che non ha notizie per due o tre anni non telefona ai figli: la situazione resta lì. Nella lista vanno tutti i conti e tutte le cose rilevanti che gli eredi non conoscono o non possono trovare nei registri pubblici, soprattutto i conti all'estero. Già che ci si è, si aggiungono le chiavi private dei bitcoin: tanto, chi mai capirebbe cosa sono. La lista si ristampa a ogni conto nuovo e si rimette nel faldone delle carte. Chi ha più paura può affidarla a un notaio, che giustamente si farà pagare ogni volta.

Le rinunce strategiche

Infine c'è sempre la rinuncia, per far saltare una generazione. Andava di moda quando le imposte di successione erano più alte, e oggi, con il milione di franchigia, non è sempre una buona idea. Ma se muore il padre e chi eredita ha quattro figli, rinunciando, secondo Paolo, ci sono 4 milioni di franchigia invece di uno. Certo, a quel punto ereditano i nipoti, che meglio non siano minori, e chi ha rinunciato non tocca una lira, a meno che i figli non gli lascino gentilmente usare un po' del patrimonio del nonno.

Al contrario, chi sente odore di debiti accetta sempre con beneficio d'inventario. Chi dei debiti è sicuro non fa niente, niente di niente, e resiste: dopo dieci anni l'eredità passa in cavalleria. Se qualcuno lo obbliga a scegliere, rinuncia; finché nessuno lo obbliga, non fa niente, così il fardello non passa ai figli, che altrimenti dovrebbero rinunciare a loro volta.

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