Come funziona il PAC
Piano di accumulo capitale - investimento periodico e automatico
📌 In sintesi
Cosa imparerai:
- Cos'è il PAC e perché gli «smart PAC» non funzionano
- I vantaggi del PAC, dal risparmio mensile al rischio di ingresso spalmato nel tempo
- Quanto costa rimandare l'ingresso, con le simulazioni su un ETF mondiale e sul mercato italiano
- A cosa fare attenzione: commissioni in uscita, prezzo della quota, quote frazionarie
- Come si imposta un piano di accumulo di ETF su Fineco, passo per passo
Tempo di lettura: ~15 minuti
Paolo Coletti non è un entusiasta del PAC. Sul suo canale, dopo le critiche agli ETF obbligazionari, è diventato famoso anche per prendersela con il PAC, e ha una playlist intera su cosa succede ai rendimenti di chi lo fa. Qui i conti non si fanno, ma qualche grafico sì.
Cos'è il PAC
PAC sta per piano di accumulo. È il nome italiano di quello che in America si chiama DCA, dollar cost averaging: si compra un asset a pezzi, con una certa regolarità, invece che tutto in una volta. Di solito il PAC è mensile, ma niente vieta un'altra frequenza, anche irregolare.
Nella versione base si investe una cifra fissa. Per esempio 500 € al mese: 300 su un ETF e 200 su un altro.
Gli smart PAC
Poi ci sono le varianti, gli smart PAC, che provano a indovinare il mercato cambiando la cifra versata. Il trucco di solito è questo: quando il mercato va bene si investe meno, perché i prezzi sono alti, e quando va male si butta dentro un mucchio di soldi, perché i prezzi sono bassi.
Paolo riceve di continuo mail con smart PAC nuovi, sempre più belli, e ne ha analizzati parecchi. La notizia è triste: non funzionano. Quelli provati finora, in media, fanno qualcosa a metà fra il PAC e il non farlo. Negli ultimi 15 anni i mercati, soprattutto quelli americani, sono andati molto bene. Chi teneva i soldi da parte aspettando un calo ha potuto investire in massa quando, nel 2025, sono arrivati i dazi di Trump (anche se un PAC non prevede mai di investire troppo in una volta sola). Nel frattempo, però, con i soldi fuori dal mercato così a lungo, ha perso parecchi guadagni. Qui si parla solo del PAC puro e semplice.
I vantaggi del PAC
Il PAC ha tanti vantaggi oggettivi. Il primo è che molte persone non hanno una grossa cifra da investire subito, ma un risparmio mensile. Nelle sue live sui portafogli degli spettatori Paolo vede gente che mette da parte 200, 500, 1.000, anche 1.500 € al mese, sempre uguali, perché ha uno stipendio e una vita più regolare della sua, dove all'improvviso arrivano un tetto da rifare o l'IMU del terreno. Per loro il PAC è la scelta ideale, non c'è neanche da discutere: i soldi arrivano con quella frequenza, e investirli tutti subito non si può, perché non ci sono. Chiedere un prestito per investire, invece, quasi mai conviene. Le rarissime eccezioni sono i mutui.
Il secondo vantaggio è la disciplina. Si decide prima cosa comprare e si continua a comprare quello, senza la tentazione di dire «stavolta prendo quel bellissimo ETF sull'intelligenza artificiale applicata alla blockchain», magari a leva 7. E se non si tocca niente, il piano va avanti da solo.
Il terzo vantaggio è che si comincia con poco e si mette alla prova la propria resistenza alla volatilità. Chi ha iniziato a inizio 2025 con un PAC da 1.000 € al mese, che non è per niente poco, all'arrivo dei dazi di Trump aveva investito 4.000 €: un calo del mercato del 10% voleva dire 400 € in meno. Se già quei 400 € l'hanno mandato nel panico, Paolo gli dice in tutta onestà di vendere tutto e comprarsi un ETF obbligazionario, o forse nemmeno quello: magari fa per lui il conto deposito. Poi c'è un trucco psicologico, niente di più. Se il mercato cala, chi fa un PAC può dirsi che in futuro comprerà a prezzi più bassi, mentre chi ha investito tutto probabilmente non comprerà più niente e il calo se lo prende in pieno. La propria sensibilità al mercato si misura anche in modo più banale: si investe una cifra fissa, per esempio 10.000 € dei 100.000 che si hanno, si guarda cosa succede al primo e al secondo crollo, e poi si decide se investire il resto o ritirarsi a vita privata.
L'ultimo vantaggio è matematico: il PAC spalma il rischio di ingresso. Un investimento si compra in un momento e si vende in un altro, e contro il senso comune quello che succede in mezzo non dovrebbe interessare. Per gli ingegneri è una funzione di potenziale: conta solo la differenza fra i due punti. Quindi conta anche la situazione di oggi, e molti non ci pensano: chi compra a prezzi alti guadagnerà meno, chi compra a prezzi bassi di più. Solo che non si può sapere se i prezzi di adesso sono alti o bassi. Paolo sente dire «i mercati sono sopravvalutati» dal 2019. Lo sono senza dubbio, ma intanto dal 2019 continuano a crescere. Non si può sapere se sono sopravvalutati, cioè se in futuro cresceranno poco o tanto. Il prezzo attuale è quello che il mercato, cioè la massa di chi investe, considera giusto.
Chi entra con tutto può avere la sfortuna di entrare proprio sul picco, poco prima che il mercato scenda e ci metta una vita a risalire. Con un PAC l'ingresso si diluisce su un periodo lungo, si paga il prezzo medio di quel periodo e intanto le prime quote rendono già. Il rischio di uscita resta, ma spesso si esce quando i soldi servono, e lì c'è poco da discutere. Un PAC in uscita si potrebbe anche fare, però è un po' bizzarro. In entrata di solito ha forse più senso, anche perché non si ha bisogno subito dei soldi, come succede invece in uscita.
Il costo del PAC
Con il PAC si entra più o meno al prezzo medio del periodo. Non proprio, perché i primi investimenti contano un po' di più, ma quasi. E non è un free lunch, come si dice, un pasto gratis. Si poteva entrare sul picco, e allora entrare a poco a poco è stato meglio; ma si poteva anche avere la fortuna di entrare sul fondo, al prezzo più basso.
Meglio comunque il prezzo medio? No, perché si parla di asset che in media crescono, e il PAC sceglie di ritardare l'ingresso. Le oscillazioni si smussano, ma si perde la cosiddetta crescita di fondo, che per l'azionario, come Paolo ripete sempre, è attorno al 7-8% lordo. I soldi investiti fra un anno invece che adesso si perdono in media quel 7-8%. Quelli investiti fra due anni perdono il 7-8% capitalizzato su due anni, che non fa il 14-16% ma qualcosa di più (lo spiega la lezione sulla matematica finanziaria). E così via. Il PAC riduce il rischio, ma a differenza di quello che alcuni lasciano intendere non è gratuito per niente, e il suo costo si vede nella distribuzione dei rendimenti: si evitano le perdite grosse, e con loro i guadagni grossi.
Il PAC contro l'investimento tutto subito
Per far vedere il concetto, Paolo ha simulato un PAC di cinque anni contro chi mette tutto subito (i grafici dal minuto 13:26). La linea blu è chi investe tutto subito, che nelle tabelle si chiama PIC (per Paolo, piano di investimento del capitale); l'arancione è il PAC. Tutti e due hanno i soldi fin dall'inizio, altrimenti non c'è scelta e il PAC si fa per forza. Il primo mese il PAC investe solo l'1,6% e tiene il restante 98,4% su una specie di conto deposito, che nella simulazione rende il 2% senza rischio.
Un ETF mondiale
Sull'ETF mondiale, nelle simulazioni del video (uscito a gennaio 2026), dal 2014 in poi investire tutto subito rende parecchio di più: il PAC sta fra il 5 e il 10%, il PIC quasi sempre attorno al 15%. Il buco nella linea blu è il crollo del Covid, a febbraio. È chi è entrato con tutto nel 2015 e alla fine dei cinque anni si è trovato proprio nel crollo. Il PAC lo attenua un po', non tantissimo. Negli ultimi 15 anni investire tutto subito ha battuto il PAC nettamente.
Prima non era così. Chi è entrato nel 2001 o nel 2002 e ha finito nel 2006 o nel 2007 avrebbe fatto meglio con il PAC. Dipende dal periodo e da come va l'asset. Di solito, quando il mercato cresce in modo galoppante, il PAC va peggio, perché tenere i soldi fuori mentre il mercato fa il 20 o il 30% pesa. Quando va di lato («laterale», dicono i trader) spesso vale la pena: il rendimento è misero comunque, ma almeno le oscillazioni si smussano.
Le statistiche (dal minuto 16:48) danno una mediana del 10% per il PIC e del 6% per il PAC, e una media del 5,4% per il PAC. Il PAC ha però una deviazione standard, cioè quanto oscillano i rendimenti, grande circa la metà: 0,034 contro 0,061. Nell'istogramma i rendimenti del PAC si concentrano molto di più attorno al 7%, il valore giusto, diciamo. Quelli del PIC fanno una grossa gobba a destra, i guadagni alti che il PAC si perde, e un'altra a sinistra dello zero, i casi in cui chi è entrato subito ci ha rimesso. Anche il PAC a volte finisce in negativo, ma molto più di rado.
Il mercato italiano
Il secondo esempio è il mercato italiano (dal minuto 18:10), che negli ultimi due anni forse è cresciuto tanto, ma prima no. Qui le linee si incrociano spesso: negli ultimi 15 anni il PIC sta spesso sopra, ma c'è stato un periodo in cui il PAC andava molto meglio. La mediana è praticamente identica, la media addirittura un po' più alta per il PAC, e la deviazione standard del PAC resta quasi la metà di quella del PIC, quindi il rischio si abbassa. Nell'istogramma i rendimenti del PAC si stringono attorno a quella schifezza di mediana che è il 2%. Anche quelli del PIC girano lì intorno, ma molto più sparsi, con una lunga coda a sinistra: in certi periodi di cinque anni chi ha investito tutto subito ci ha perso il 17%, all'anno, in altri ha guadagnato il 15% all'anno.
Il mercato italiano non è andato alla grande, ed è per questo che Paolo ripete: «diversificate, diversificate, diversificate» fra i mercati nazionali. Chi ha in portafoglio cinque azioni italiane si dà la zappa sui piedi. Certi mercati in certi periodi non vanno, e prendendoli un po' tutti ce la si cava.
Il vantaggio del PAC, quindi, viene insieme al suo svantaggio. Il PAC smussa le oscillazioni di ingresso (quelle di uscita restano) e stringe la distribuzione dei rendimenti attorno a quello che ci si aspetta, il 7-8%, o il 2-3% se il mercato era un po' tristino. Allo stesso tempo sposta tutta la distribuzione un po' a sinistra, e si guadagna un po' meno.
Flusso costante e PAC gratuiti
Un altro svantaggio è che serve un flusso costante di soldi. Il PAC si può fare anche con cifre irregolari, 700 € un mese, 200 quello dopo, 2.000 quello dopo ancora. Ha però un altro vantaggio: molti intermediari lo offrono gratis, per invogliare a investire con loro. Occhio, perché spesso le commissioni zero valgono solo in acquisto, e in uscita si pagano quelle standard. Vanno guardate, soprattutto se sono in percentuale: Paolo ha visto gente lasciarci 200 € di commissioni in uscita perché non c'era un massimale. Con importi grossi, commissioni in percentuale senza massimale fanno lasciare le penne.
Importo fisso e prezzo della quota
L'ultimo difettuccio riguarda chi fissa una cifra e compra ETF. Prima, una parentesi: il PAC sulle obbligazioni non si fa. Le obbligazioni hanno di solito un lotto minimo di 1.000 € (qualcuna di 100.000), e quando si hanno quei soldi si compra l'obbligazione, punto. Il loro prezzo, poi, non oscilla abbastanza da giustificare un PAC. Il PAC di solito si fa sugli ETF o sugli ETC sulle materie prime.
Se si fissano 500 € al mese e l'ETF costa attorno ai 400 € a quota, si compra una quota sola e restano 100 € appesi. Alcuni intermediari risolvono con le quote frazionarie, ma la frazione non è un vero ETF: è un accordo con l'intermediario, che fa andare quel piccolo strumento come se fosse l'ETF. Le quote intere sono quote vere, depositate, anche se non con un'etichetta con il nostro nome. Le frazioni no. Comunque la maggior parte degli intermediari non le offre, perché sono difficili da gestire, tecnicamente e legalmente.
Per un PAC di importo piccolo, quindi, l'ETF si sceglie anche in base al prezzo della quota, oltre che per la copertura geografica, un TER che non costi troppo, l'accumulo se possibile, niente hedging né opzioni bizzarre. Per il resto il prezzo è del tutto irrilevante e un ETF con il prezzo alto non vale di più: ogni tanto gli ETF fanno perfino uno split 10 a 1, ogni quota diventa 10 quote e il prezzo si divide per 10.
Esempio di PAC su Fineco
La seconda parte del video mostra come si attiva un PAC in pratica, con Fineco. Condizioni e costi sono quelli mostrati nel video, uscito a gennaio 2026 ma registrato con ogni probabilità a settembre 2025.
Il piano e i suoi costi
Dal conto Fineco si va su «Mercati e trading», si scelgono gli ETF e l'icona a forma di grafico a torta apre il piano di accumulo, che si chiama Replay (dal minuto 25:26). In teoria Replay si paga, circa 2,95 €, a seconda di quanti strumenti si comprano ogni volta. Dal costo però si toglie la quota degli ETF a zero commissioni in acquisto, che sono una lunga lista. Scegliendo quelli non si paga niente, e Paolo dice senza giri di parole che al momento chi lo paga è un pirla.
Fra gli altri ETF ce ne sono di validi, ma la differenza fra un ETF e l'altro spesso è minima: 27 aziende in più su 500, magari a bassa capitalizzazione, cambiano poco. Conta sceglierlo bene, come spiega la lezione sugli ETF azionari: possibilmente ad accumulo, abbastanza grande e non hedged, perché l'hedging fa spendere soldi per niente. Per chi ha meno di 30 anni, poi, i PAC in ETF sono sempre gratuiti.
Scegliere gli ETF
In cima alla lista ci sono i più popolari fra i clienti, come un ETF mondiale ad accumulo a zero commissioni che compra il 16% di loro. Paolo, che con reddito e spese del tutto incostanti un PAC non potrebbe farlo, simula il piano sulla Borsa di Milano, che ha un'ottima scelta di ETF. Scarta quelli a distribuzione e aggiunge due ETF ad accumulo a zero commissioni, un Amundi sull'Euro Stoxx 50 e un classico mondiale (dal minuto 28:40), e il costo mensile del piano resta a zero. Sugli ETF hedged avverte: l'hedging converte in euro le aziende quotate e contabilizzate in dollari, proteggendo dal rischio di cambio, ma costa almeno l'1% all'anno, e Paolo non è sicuro che valga la pena.
Importo, quantità o bilanciamento
La modalità del piano si sceglie fra «importo o quantità» e «bilanciamento» (dal minuto 30:12). Con importo o quantità si fissa per ogni ETF una cifra oppure un numero di quote. La quantità fissa viene eseguita di sicuro, se sul conto ci sono i soldi, e compra esattamente le quote volute, ma la spesa sale con i prezzi, quindi non va bene per chi mette da parte una cifra costante. Con l'importo fisso, invece, 500 € su un ETF da 200 € comprano solo due quote: l'importo deve stare ben sopra il prezzo della quota, altrimenti si rischia di comprarne una sola, o nessuna. Gli esempi con le cifre sono a schermo dal minuto 31:42.
Con il bilanciamento si dà un peso a ogni strumento. Con 50 e 50 e 1.000 €, la prima volta il piano compra circa 500 € di ciascuno, poi tende a comprare di più quello che è calato di più, per tenere i pesi costanti: è un ribilanciamento a costo zero. Paolo non è un fan del ribilanciamento, perché nelle sue simulazioni non fa guadagnare di più, ma questo è gratis e tiene l'allocazione voluta, quindi secondo lui potrebbe essere una buona idea.
Nell'esempio (dal minuto 32:40) imposta 1.000 € al mese, 30% sull'Euro Stoxx 50 e 70% sul mondiale. Il mondiale ha circa il 70% di Stati Uniti, che in tutto diventano circa il 50% (), e un 10% di Europa, che sul totale fa il 7%: con l'ETF europeo, l'Europa arriva al 37%. Il campo «investimento aggiuntivo» aggiunge qualcosa solo per quel mese, per esempio 200 €, ma non toglie: il segno meno non lo accetta. Se non si tocca niente, il piano mette al massimo 1.000 €, e la cifra dipende da come alloca e dalle quote che riesce a comprare. Cerca di tenere 70 e 30, ma potrebbe non riuscirci: se l'Europa esplodesse, non basterebbe comprare solo l'altro ETF.
Frequenza e conferma
La frequenza (dal minuto 34:06) è una volta al mese, due volte al mese (e allora i 1.000 € sono due volte) o una volta ogni tre mesi, e si possono scegliere i giorni: Paolo prova il 27, giorno dello stipendio, e l'8, e il sistema mostra subito le date dei prossimi acquisti. Il riepilogo (dal minuto 35:04) stima la spesa del mese dopo per ciascun ETF, non esattamente 70 e 30 per via delle quote, ma lì intorno. Il costo sarebbe di 2,95 €, scontato a zero. Si accettano le norme operative, si mette il PIN dispositivo, si conferma, e il PAC automatico parte gratis: i 2,95 € non erano commissioni di acquisto, e anche gli acquisti sono gratuiti.
La lista degli ETF a zero commissioni
In teoria la lista degli ETF a zero commissioni cambia ogni mese (a schermo è «in promozione» dal 1° al 30 settembre), in pratica no. È mensile perché Fineco si riserva di cambiarla prima o poi: si basa su accordi con gli emittenti, che le girano una parte del loro profitto, il famoso TER (anche Fineco deve mangiare), oppure, magari, Fineco semplicemente ci rinuncia. Questi costi si ritrovano nel foglio di riepilogo che dovrebbe arrivare ogni anno, con tutte le spese palesi e occulte. Nella lista, lunghissima, ci sono anche ETF monetari come il famosissimo XEON, anche se a Paolo sfugge il motivo di fare un PAC su un fondo monetario. Per sapere se un ETF c'è, se ne cerca l'ISIN su justETF e lo si controlla nella lista.
Le commissioni in uscita
Le commissioni vanno sempre tenute d'occhio (dal minuto 37:15), perché in entrata non si paga ma in uscita sì. Accanto a ogni ETF ci sono quelle del conto normale, che ha il conto corrente, e quelle del conto trading, che non ce l'ha; si possono aprire tutti e due. Servono anche a scegliere fra Borsa di Milano e Xetra, che qui costano uguale. La tabella ha anche una riga per chi genera più di 99 € di commissioni al mese, ma Paolo dà per scontato che non sia il caso di chi segue il corso. Il conto trading costa un po' meno: il massimo è sempre 19 €, ma si parte da 2,95 € e si sale con l'importo. Per chi investe tanto scegliere l'uno o l'altro è irrilevante, per chi investe poco il conto trading conviene decisamente. Quando si uscirà (con gli ETF azionari, per Paolo, non prima di 10 anni) le commissioni potrebbero essere cambiate, anche se tendono a restare molto costanti.
ETC, ETN e crypto
Nel piano ci sono anche ETC, ETN e crypto (dal minuto 38:51). Per chi segue questo corso la differenza con gli ETF dovrebbe essere irrilevante: gli ETN sono un po' più strani, gli ETC stanno sulle materie prime (la C è di commodities), cioè oro, argento, petrolio, grano, di tutto. Le differenze tecniche sono nella lezione sugli ETF azionari. Fra gli ETC più popolari, accanto a Physical Gold e Physical Silver, c'è un Nasdaq a leva 3, con le oscillazioni triplicate, e in lista ci sono perfino obbligazioni a dieci anni con leva 5. Cosa potrà mai andare storto? Paolo lo dice chiaro: chi ha bisogno di questo corso stia lontano dalla leva e dalle crypto. Chi vuole l'oro lo trova, nel senso dell'ETC sull'oro, non dell'oro fisico; e c'è anche l'argento, che per qualche strano motivo non se lo fila mai nessuno.
Chi deve fare il PAC
In chiusura Paolo risponde in anticipo all'obiezione più comune: «Io il PAC devo farlo per forza, i soldi mi arrivano ogni mese». In quel caso è ovvio, e il discorso sulla distribuzione più stretta, con meno perdite ma anche meno guadagni grossi, che sono un po' di più, non vale: il PAC si fa e basta. Chi ha un flusso costante di soldi in più deve fare il PAC; chi non ce l'ha non può farlo, non ha senso. Può investire tutto subito, oppure farsi un PAC a mano, comprando ETF gratuiti in due, tre, quattro tranche quando gli pare. In teoria potrebbe anche cambiare il piano su Replay ogni mese, ma farebbe impazzire il sistema informatico di Fineco.
Il confronto fra PAC e PIC era per chi i soldi li ha già, ma tentenna e pensa al PAC più che altro perché ne ha sentito parlare tanto.